Il nuovo singolo è una riflessione intima e collettiva sulla fine e sulla possibilità di ricominciare. Nato al pianoforte, cresce con armonie ricercate e voci interiori che si intrecciano, fino a diventare colonna sonora di un’età fragile, ma ricca di consapevolezza e visione

Un caro saluto a voi, ragazzi. Dopo il successo di “Estrella En El Mar” e del Premio Aniello De Vita, come percepite la vostra crescita artistica fino a questo nuovo progetto?
Ciao e grazie per lo spazio che ci state dedicando.
Ogni esperienza (dai concerti più intimi ai riconoscimenti inattesi) ha lasciato un sedimento dentro di noi. Estrella En El Mar ci ha insegnato ad avere fiducia nelle nostre intuizioni più delicate, e il Premio De Vita è stato un segnale che la nostra ricerca poetica stava trovando ascolto.
Oggi ci percepiamo più consapevoli, forse anche più vulnerabili, ma in un modo che ci permette di spingerci oltre.
Porto Raro nasce proprio da quella vulnerabilità: è sempre un passo in avanti, grazie alle esperienze di vita che accogliamo quotidianamente, ma anche un ritorno alle radici emotive che ci hanno fatto iniziare.
Il vostro approccio al suono è profondamente poetico e narrativo. Come riuscite a trasmettere emozioni così sottili attraverso arrangiamenti e melodia?
Il suono è stato il nostro primo obiettivo. Per noi il suono è una forma di racconto e automaticamente, nella nostra mente, si affianca a immagini e storie.
Di solito lasciamo che la melodia, l’armonia e il ritmo arrivino dopo aver trovato il “clima” emotivo del brano. Ricerchiamo prima el duende (ascoltando musica, confrontandoci su alcuni dettagli legati alle nostre esperienze, analizzando la realtà che ci circonda) perché riteniamo che senza quello Porto Raro non abbia senso di esistere.
Al contrario di quella che è la società che ci circonda, che cerca con affanno il riempimento di ogni spazio vitale e artistico, nella nostra musica particolare attenzione viene data ai silenzi. Spesso sono i silenzi, gli spazi, i vuoti che parlano per primi. Le emozioni sottili vivono lì, in ciò che non dici apertamente, ma lasci intuire. Da lì poi inizia la fase di arrangiamento che, per quanto eterogeneo dal punto di vista stilistico, cerca sempre di ritrovare coerenza nel racconto.
Quanto il paesaggio, le esperienze di vita e la quotidianità influenzano le vostre composizioni?
Sono elementi fondamentali, quasi inseparabili dalla nostra musica. Il paesaggio, che sia il mare, la strada di casa o un luogo visto solo di sfuggita, entra nei brani come un personaggio. Le nostre vite quotidiane, i piccoli riti, le distanze, le mancanze: tutto finisce per trasformarsi in suono.
È da lì che nasce la materia emotiva che poi scolpiamo nei nostri brani. In fondo, comporre per noi è un modo di restituire bellezza alla realtà che viviamo.
Guardando al futuro, quale direzione musicale vorreste esplorare nei prossimi lavori?
Ci piacerebbe esplorare nuove contaminazioni, magari attingendo a ritmi della tradizione folklorica, all’energia del rock, e continuando ad esplorare il mondo dell’elettronica, purché restino al servizio dell’emozione e della narrativa.
Non abbiamo la pretesa di prevedere dove ci porterà questo viaggio. Preferiamo lasciarci sorprendere. Sappiamo solo che vorremmo che la nostra musica continuasse a essere un luogo di intimità e apertura, dove chi ascolta possa riconoscersi e, magari, ritrovarsi.


