Sereen. indaga il confine sottile tra sogno e realtà, esplorando la mente come rifugio e come prigione. Il brano, nato durante la pandemia, racconta la rinascita attraverso la musica. L’intervista svela la forza terapeutica dell’arte, il coraggio di esporsi e la volontà di trasformare il dolore in consapevolezza.

“Imaginationite” nasce da un momento di fragilità e riflessione. Quando un’emozione così intima diventa musica, quali sono le prime sensazioni che provi? Ti senti più vulnerabile o più libera?
Direi più vulnerabile! Scrivere delle proprie sensazioni e anche di una fetta del proprio vissuto è quasi come un intervento senza anestesia: puoi usare metafore, ma non c’è via di scampo. E se per te è come rivivere ciò che scrivi ogni volta che lo canti, immagino ci serva una bella dose di forza emotiva.
Nel testo emerge il tema della mente come rifugio ma anche come prigione. Quanto c’è di autobiografico e quanto, invece, è osservazione del mondo esterno?
Come “Suitcases” intero, c’è quasi tutto di autobiografico. Ho avuto grosse lotte con la mia salute mentale ed emotiva per svariati anni, e spesso ne ho dovuto prendere le redini da sola (senza dimenticare, ovviamente, il sostegno di chi mi vuole bene). Tuttavia, conoscendo adesso il tema del Maladaptive Daydreaming, riconosco che forse non mi è andata così male: leggendo di storie e testimonianze, ho scoperto di persone che lottano con una realtà completamente separata a quella in cui vivono; e gli auguro col cuore di farcela.
L’aspetto visivo è sempre stato importante nel tuo percorso, anche come artista visiva. In che modo l’immaginario visivo ha influenzato la scrittura e la costruzione sonora di questo brano?
Tanto. Per me, quando scrivo, tutto è riconducibile ad una storia, una trama, ben chiare nella mia testa. Disegnare, poi, mi ha sempre permesso di esprimere il mio modo di vedere il mondo anche quando sono mancate le parole: è una bella oasi di silenzio in mezzo a tanto rumore.
C’è un filo rosso che lega “Imaginationite” agli altri pezzi del tuo album “Suitcases”? Possiamo dire che rappresenti un punto di svolta nella tua ricerca artistica?
Assolutamente. In “Suitcases”, oltre a riassumere più di 10 anni della mia vita (tutti i miei 20, per dirci), volevo trovare un punto di coerenza tra influenze sonore e narrativa. “Imaginationite” è la seconda traccia del disco, e non a caso: se “31” dice per somme linee “queste sono le mie fragilità, e ve le sto regalando, senza giudizio”, “Imaginationite” affronta il primo capitolo di tutta la mia storia personale. “Basically” (il mio Ep di debutto) era inconsapevole, sfacciato ed immaturo, tutto il contrario di quello che sento di aver raggiunto invece con questo disco.
Il brano parla di accettazione delle proprie complessità interiori. Secondo te, la musica oggi può ancora essere un mezzo per parlare di salute mentale senza cadere nei cliché?
Ne sono certa; e me lo auguro, francamente. Credo molto nel potere di parlare di salute mentale senza cadere necessariamente nel pietismo né nel mielismo tipico di certa campagna mediatica dietro alcune uscite discografiche. Quando qualcosa è autentico e grezzo, il pubblico lo riconosce; non ha bisogno di essere indotto o indottrinato dalle pubbliche relazioni o da campagne costruite ad hoc. Prendiamo “Ti regalerò una rosa” di Cristicchi: a mio avviso è poesia pura, e narra non una storia ma centomila (nonché un capitolo storico e sociale che difficilmente si potrà cancellare).
Dopo la pubblicazione dell’album e le esibizioni dal vivo, come immagini la prossima fase della tua carriera? Hai già in mente nuove direzioni o collaborazioni future?
Ho più di una decina di testi in bozza per il prossimo progetto, e vorrei avvicinarmi di più ad atmosfere tipiche di artisti come Tool o Subsonica, per dirci. Sono netti contrasti, e ormai sono pregna anche di tanta influenza “cantautorale” all’italiana, ma nella vita mai dire mai!


