Indaghiamo da vicino “Contastorie”, il primo disco di Andrea Sandroni in arte Dirlinger. Quel suono che sa di rock, dai The Band ai nuovi moderni cantautori della scena indie restando sempre ancorato al passato. Lo fa nelle allegorie visive, nelle soluzioni, nel modo di apparire. Dirlinger non sfida il tempo, sembra quasi ignorarlo. E l’italiano fa da cornice… e tanto di cappello ad un sound che avrebbe chiamato in automatico l’inglese, quasi a far davvero il verso ad un’America ormai vicinissima.

Perché “Contastorie”? Perché “Marchignolo”? In generale perché giocare così con le parole?
“Contastorie” perché le storie dell’album, prima ancora che cantate, sono cose che ho visto e contato attorno a me; “marchignolo” è un termine nato tra Romagna e Marche per definire quella zona amministrativamente nelle Marche ma culturalmente romagnola. È un termine che ho sentito per la prima volta in università e mi è sembrato talmente accurato che me ne sono appropriato. Giocare con le parole è come giocare coi mattoncini, solo che al posto di costruire case o costruzioni si costruiscono nuovi significati e nuovi concetti per comunicarci e capirci tra umani.
Restando sul tema sembra quasi ci sia una sorte di fanciullezza nell’uso delle parole… ennesimo ritorno al passato… cosa ne pensi?
Penso che questa tua impressione possa essere data non tanto da una fanciullezza generale nelle parole di ieri, quanto a un’eccessiva durezza generale delle parole di oggi. La gentilezza e una sana “leggerezza”, oggi, sono atti di partigianeria.
“Mafalda” sembra barcamenarsi tra dolore e resistenza, come dici… sembra anche un bel dipinto pop di qualche anno fa. Delle volte le canzoni nascono con un intento ma finisco per dimostrarne un altro. Non trovi?
Le canzoni sono l’oggetto di una comunicazione: io posso cantare e suonare una certa cosa ma non è detto che venga recepita come voglio io. Ma del resto questa è la sfida di scegliere di far uscire dalla cameretta canzoni che parlano di cose che riguardano tutti (come, in questo caso, la violenza di genere). Per Mafalda ho voluto un lieto fine, a fronte di tante storie dall’esito tragico.
Pesco ispirazione in ben altra canzone per chiederti: il tuo rapporto con la fede? Con la preghiera in particolare… se c’è un rapporto…
Personalmente trovo la preghiera una dichiarazione d’amore verso qualcuno o qualcosa affinché riveli sé stesso, venendoci incontro. Nel caso della “Preghiera miscredente” c’è una persona che ha perso il suo amato dio, lo cerca ma non lo trova, perché confonde la pace col benessere. Comunque quella canzone è stata scritta in un periodo particolare; nelle prossime cose dovrei essere meno inquieto, verso Dio o chi per lui!
E di questo Salotto Dirlinger? Ho immaginato come una sorte di FolkStudio di Roma… raccontacelo.
È un paragone molto azzardato ma che mi riempie d’orgoglio, visto che dentro (e attorno) al Folkstudio ci ha bazzicato parte di quelli che pongo nel mio Olimpo musicale! Comunque al “Salotto” non c’è una vera “scuola”; è piuttosto un crocevia di gente variegata che, per ragioni di spazio e tempo, si ritrovano insieme ad ascoltarsi. Però da questa eterogeneità sono nate anche cose molto curiose e interessanti. Qualcuna di queste è stata pubblicata.
Ma la copertina di questo disco è una citazione? Dimmi la verità…
Avevo questa idea del cantautore attorniato dai suoi personaggi già da diverso tempo. alla fine è diventata una sorta di foto di gruppo: avevo in mente qualcosa tipo il secondo disco di Paolo Conte o “Sgt. Pepper’s” dei Beatles. Il salotto della zia mi è venuto in aiuto e allora ci siamo messi a tavola, a condividere il pasto. La cornice è un’estetica puramente anni Settanta che ho trovato in tanti dischi di artisti che ho apprezzato nel tempo: Vangelis, Stevie Wonder… la lista sarebbe lunga.


