Nel romanzo di Cristina Granchelli, la prigione è metafora e realtà: un luogo di dolore, forza e legami ambigui. Attraverso Eva e Donna Anna, Pietracci racconta due percorsi femminili lontani eppure intrecciati, tra mafia, sopravvivenza e identità negate. Un’intervista intensa su destino, scelta e riscatto.

Ciao, Cristina. Da dove nasce l’ispirazione per il nuovo romanzo “Pietracci”?
Ciao e grazie per l’intervista.
L’ispirazione per il mio romanzo è nata circa dieci anni fa quando conobbi una donna sul posto di lavoro. Aveva dei problemi, era spesso triste e durante uno sfogo mi raccontò della sua famiglia, di sua madre e di come aveva dovuto cambiare città per sfuggire a quello che sembrava un destino segnato.
Come mai hai deciso di voler trattare argomenti così delicati?
Nel tempo ho incontrato altre donne, ho ascoltato altri racconti di vita vissuta e quelle storie mi colpivano al punto da decidere di scriverle. Anche se allora non avevo ancora idea che ne sarebbe uscito fuori un romanzo. Sono argomenti difficili, delicati ma così presenti nella nostra quotidianità da non poterli ignorare.
Come descriveresti i personaggi di Eva e Anna?
Anna ed Eva sono due donne molto diverse, hanno esperienze di vita diverse e sono cresciute in modo diverso. Ma alla fine entrambe sono costrette a battersi contro un mondo che si accanisce su di loro ed entrambe trovano la forza di andare avanti e seguire i propri ideali. Sono donne che non si arrendono e tirano fuori una forza che nessuno gli ha insegnato ma che è innata e naturale quando si vuol difendere la propria famiglia.
Hai già in mente qualche progetto per il futuro?
Nel mio futuro non ci sono progetti particolari. C’è il mio lavoro di chef in un ristorante e la passione per la scrittura nel tempo libero. Continuo a scrivere ma non so se pubblicherò altri romanzi. Non ancora.


