Tra le mani “digitali” sfoglio questo esordio davvero molto interessante di Benedetta Gaggioli in arte Beta Libre. Si intitola “Winter Circle” e sfoggia coraggio, forza di andare oltre, bisogno di ricerca e indolenza a restare dentro i confini che ormai conosciamo. Sfogliando i video in rete mi accorgo che non solo la voce ma anche l’immagine è un cuore battente di questo progetto. Mi avventuro e purtroppo impatto con i limiti che la tecnica impone…

Sulle prime, ascoltando “Childood” contornato dal video che troviamo in rete, le prime impressioni sono spettrali, quasi distopiche, in bilico tra thriller e horror. Questi rimandi all’infanzia sono a carico di visioni e dettagli raccolti nel tempo futuro, la natura che circonda non sembra aggressiva ma non è una quiete che mi conduce alla pace. E poi c’è Beta Libre: questa voce cattedratica, quasi eucaristica, questa voce che in effetti è il centro di tutto questo disco visto le sue radici classiche di cantante lirica. “Winter Circe” è un disco di voce, della voce e per la voce. Non mi fa impazzire la pronuncia inglese e avrei voluto qualche soluzione più accomodante per un ascolto che invece viene chiamato a fare sforzi di attenzione dentro una scrittura sempre in cerca di strade alternative. Niente di esoterico (non nel suono almeno) ma sicuramente il “Pop” e le sue comodità è lontano anni luce. E per fortuna direi anche… anche se il “troppo” non mi va a genio. Ma questa è un’altra storia…
Il suono etereo sorvola su battute di punk con l’uso sicuramente di macchine digitali: “Matriarchy” manifesto femminista e momento politico del disco non manca qui di mettere al centro quel certo modo di cantare la voce nonostante l’impatto corale sia il vero cuore.
Eppure restiamo dentro trame liturgiche, antiche, evanescenti come accade inevitabilmente anche dentro “Turn” (sempre restando a sfogliare i video che trovo in rete). Brano questo che – e non poteva mancare, maledizione alle mode – sfoggia anche soluzioni di “drilling” che ormai sono ovunque. Una impressione particolare ma decisamente curiosa e sicuramente mia personale: in video, almeno fino a qui, Beta Libre non appare mai vestita e truccata in uno stile che somigli al suono. E anche qui sarebbe da immergersi in letture che probabilmente prevedono altro. Di sicuro siamo di fronte a dettagli narrativi che hanno il loro peso.
E a proposito di emancipazione ecco “Enjoy” che mette in scena la potenza lirica di Beta Libre e quel manifesto alla libertà del proprio corpo. E qui si, drilling a parte (immancabile), la nostra poteva usare molto di più nell’uso del corpo e delle sue allegorie visive. Diciamo che siamo lontani dai fasti di R.Y.F. e di un certo femminismo attivo.
La varianza di questa vita la trascina dentro un brano come “Decadence” e qui si che gioca ma sempre restando ben salda nella confort zone, consegnato il compito del racconto a dettagli più che a schiette manifestazioni. E di sicuro il suono qui, a proposito di decadenza e ti varianza: poteva decisamente evitare di poggiarsi dentro cantilenanti moti ricorsivi.
Decisamente lisergica e salvifica “Water”, a pieno titolo il mio brano del disco anche se qui, parlando di video, cerca di sfoggiare un effetto che poteva essere credibile se fatto con crismi tecnico decisamente diversi. La tecnica ahimè troppo amatoriale ne condanna la resa.
Ci ha provato Beta Libre e per molta parte riesce a raggiungere obiettivi interessanti. Ha un potenziale solido che sa e ha fame di visioni altre, che superano la “normalità”. Purtroppo però, soprattutto in ambito tech, queste visioni hanno bisogno di altrettante potenze tecnologiche onde evitare di fermarsi in un “non-luogo amatoriale”. Dal suono alle immagini (punto nevralgico come la voce), si richiede un lavoro decisamente più importante per accogliere e celebrare il vero potenziale di un’artista del suo calibro.


