di Vincenzo Sfirro
La parola feticismo deriva etimologicamente dalla lingua portoghese e veniva adoperata dai mercanti di schiavi per indicare la pratica, diffusa tra gli indigeni, di adorare come divinità delle statuette inanimate. Questo termine, in seguito, venne ampiamente adoperato anche dagli antropologi che, soprattutto dopo la scoperta del nuovo mondo, vennero a contatto con molte popolazioni che attribuivano a statuette in terracotta o a pellicce e ossa di animali poteri sovrannaturali.
In campo psicologico, invece, il medesimo termine viene adoperato per indicare quella patologia che colpisce soprattutto gli uomini e che consiste nel concentrare le proprie attenzioni sessuali in una parte soltanto del corpo femminile, di solito i piedi, gli indumenti intimi, ecc.: in questo caso l’uomo è capace di provare il massimo del piacere adorando “la parte per il tutto” così tanto desiderata e degna delle medesime attenzioni degli idoli feticci. Ovviamente questa forma di attenzione per il particolare (per definirla in maniera più tenue) è riscontrabile in maniera diversa in tutte le persone, ma diventa patologica allorquando si sostituisce del tutto al rapporto sessuale tra uomo e donna.
Alcune pagine della narrativa contemporanea, da un po’ di tempo ormai, al di là delle vie della licenziosità, hanno cominciato a percorrere quelle della perversione che, restando sempre un po’ celata e scadendo raramente nel volgare, prende spesso le forme non solo del feticismo, ma anche di pratiche più estreme.
Tuttavia, essendo l’argomento di questo articolo il “feticcio” ed essendo chi scrive un appassionato di letteratura, vorrei, da questo momento in poi, condurre il lettore in una biblioteca immaginaria, a curiosare tra pagine più nobili, scritte da autori che, seppur grandi ammiratori delle estremità femminili, hanno amato la donna nella sua interezza, senza far mai a meno di ammirarla e descriverla in ogni parte per intero.
Procedendo a ritroso lungo la scala temporale, il primo nome a dover essere menzionato è senza dubbio quello di Restif de la Bretonne, autore vissuto nel ‘700, che nell’opera “Le pied de Fanchette” descrive i successi e la conseguente scalata sociale di Fanchette, donna dotata di un viso seducente e di piedi altrettanto belli, a cui prima o poi cadranno gli uomini che incontrerà. Si pensi che questo romanzo colpì così tanto l’immaginario dei lettori, non solo francesi, ma anche europei, che la parola “retifismo”, adoperata per indicare la pratica degli amanti di Fanchette, viene fatta derivare proprio dal nome dell’autore di questo libro.
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