Luigi Laffranchi ci accompagna dentro le crepe emotive e filosofiche di XXXVII, un romanzo che non cerca scorciatoie e non consola facilmente. In questa conversazione emerge un autore consapevole, capace di scavare nei suoi personaggi e, indirettamente, anche nelle proprie ossessioni più silenziose.

Nel romanzo scrivi che «Nulla è bono, gnente è male, ma la giusta bilancia tra vera fede e lo dolore peserà lo mondo». Questa frase sembra quasi un manifesto morale. Ti rappresenta anche come uomo, oppure è una provocazione narrativa che non condividi fino in fondo?

L’equilibrio morale è un tema estremamente scivoloso e come tale va contestualizzato. La realtà che viviamo oggi, non è nient’altro che il prodotto delle scelte che l’umanità si è trovata ad attuare o subire. Vi rispondo con una domanda, a voi piace queta società? Trovate che essa sia la migliore nella quale l’uomo, inteso come essere senziente sociale, possa vivere? Per me no! Ma in verità non lo era neppure il secolo scorso e neppure in quello precedente o quello prima ancora. Questo perché semplicemente la bilancia tra “bene e male” risponde a dei precetti legati ad una cultura derivata da filosofie estremamente diverse, ma aventi due comuni denominatori: La divinazione (intesa come la ricerca di figure da idolatrare o verso cui indirizzare le propria fede, le quali diventano fonte di regole o “comandamenti”). L’autorità (l’espressione autoritaria dell’uomo, giustificata da una bandiera o per l’appunto da una fede religiosa o suo il diniego o stigmatizzazione). Perché storicamente milioni di persone sono sottomesse da un sistema? Cosa le spinge a non ribellarsi? Qual è la giustificazione del fatto che una quantità di foglietti di carta con impresso il volto di George Washington, del regnante di turno inglese o del meno fantasioso euro, possano dar diritto o meno ad un individuo di poter essere libero? Perché migliaia di fanti, hanno saltato le recinzioni di una trincea eseguendo gli ordini di pochi ufficiali al caldo e al coperto? Semplice, l’autorità! Quindi gli equilibri col tempo si spostano, ma le regole che dettano il gioco restano e resteranno sempre le stesse. Per rispondere alla vostra domanda quindi, sostengo che l’equilibrio, il miglior compromesso che può raggiungere la razza umana in questa società, sarà sempre e comunque un adattamento a regole costituite da pochi per indottrinare i tanti.

Sovaj vive un amore totalizzante per Logan pur non avendolo mai incontrato. Quanto c’è di autobiografico in questa idea di amare qualcuno attraverso l’arte, e quanto invece è una riflessione sulla nostra tendenza a proiettare noi stessi negli idoli?

Nuova tendenza? Forse i più giovani non conoscono il fenomeno delle grupies, ovvero frotte di ragazze che a cavallo degli anni 60 e 70 vivevano in simbiosi ai loro beniamini musicali, divenendo le loro muse e le loro compagne di viaggi e di eccessi. Per le nuove generazioni, assistere oggi a concerti di mostri sacri del rock o del metal, può significare l’esibizione da parte di un uomo dai capelli argentati e col volto segnato da rughe, le quali ricordano i solchi di un vinile. È necessario però essere consapevoli che la cultura della seconda metà del secolo scorso rimarrà fortemente influenzata da quella filosofia di vita e di eccessi. Amo la musica, non riuscirei a non associare un momento importante della mia vita ad un brano, un riff o un’atmosfera musicale e in fondo, senza quegli artisti, in assenza di tutti i live che ho avuto la fortuna di vedere e vivere, non sarei lo stesso. Non ho problemi nell’affermare che senza le canzoni che amo, sarei molto più triste.

Il viaggio che racconti è fisico ma soprattutto mentale. A tratti ho avuto la sensazione che la parte centrale rallentasse volutamente il ritmo, quasi a disorientare il lettore. È stata una scelta consapevole per farci perdere insieme alla protagonista?

George R. R. Martin in una sua teoria, sostiene che vi siano due tipologie principali di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Se i primi sviluppano il proprio lavoro letterario possedendo una struttura della storia ben definita da un progetto, i secondi vedono crescere la propria creatura e si abbandonano alle sensazioni che il racconto fa emergere in loro. Ovviamente mi sento di dire che in entrambi i casi ci debba obbligatoriamente essere un’idea di fondo: la definizione dei personaggi, l’ambientazione, il colore del racconto, devono essere ben impressi nella volontà del narratore, ma l’idea di una sorta di anarchia della mia penna (o per meglio dire tastiera) mi affascina e mi rappresenta. A seguito della teoria appena espressa, credo di poter affermare di far parte della categoria dei giardinieri. Il rallentamento nella parte centrale del romanzo, non é altro che la descrizione di quella effimera sensazione di Sovaj, di aver trovato (finalmente) un luogo adatto a lei. Un posto nel quale i suoi desideri e la sua voglia di vivere finalmente emerge! Mentre le delusioni che l’hanno accompagnata fin ora, paiono destinate ad essere sovrastate e cancellate da riff indiavolati di chitarra, da giri di basso e da piatti e grancasse violentemente percossi. Sovaj non si è persa, Sovaj in quelle pagine vuole vivere…ovviamente alle sue regole.

La letteratura contemporanea spesso sembra avere paura dell’eccesso e dell’oscurità, mentre tu ci entri senza protezioni. È una necessità personale o una presa di posizione contro una narrativa che tende a restare più in superficie?

Ho difficoltà a rispondere a questa domanda poiché, allacciandomi a quanto esposto prima, assisto alla nascita e alla maturazione delle mie opere, divenendo quasi uno sceneggiatore alla mercé di un regista che si impossessa della mia fantasia. Scrivere, fortunatamente o sfortunatamente a seconda dei punti di vista, non è la mia professione. Ovviamente sarei un bugiardo se non dicessi che per me sarebbe un sogno che lo diventasse. Ad ogni modo, non baratterei mai la mia libertà di scrittura e soprattutto: Sovaj, Rhys, Marika, Suor Fajta, non potrebbero essere rappresentatati diversamente da come sono descritti nel mio romanzo. Credo altresì, che l’ “oscurità” in tutte le sue accezioni, è da sempre esistita nella nostra quotidianità, come nei secoli precedenti, ci sfiora (basta aprire le pagine di cronaca di un qualsiasi quotidiano), ci urla in faccia la sua presenza (ce ne accorgeremmo, se soltanto non voltassimo la faccia di fronte alla sofferenza di un volto diverso dal nostro), ci avvolge (nell’egoismo di una società che ha da sempre accettato e giustificato che il nostro benessere deve pagarlo qualcun altro). Nell’ipocrisia ( di coloro che da sempre coprono all’ombra di un simbolo politico o religioso i corpi di giovani vittime e lo fanno con un pugno di terra, bandiere e medaglie al petto, in nome di un falso ideale). Per concludere prendo come un complimento la parte del quesito nel quale affermate che la mia narrativa non tende a rimanere in superficie e vi ringrazio infinitamente, spero di meritarmi un elogio così gratificante.

https://www.lafeltrinelli.it/xxxvii-libro-luigi-laffranchi/e/9791257108076

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.