Decisamente in bilico tra passato e futuro e con questo incipit mi accodo alla tanta parte della critica che non sa bene come collocare il progetto di Walter Perri. Tutto richiama quel pop d’autore anni ’80 o ’90, la batteria che penso proprio sia digitale con questo rullante fermo, scuro, mai ricco di sfumature. Il suono si rende sottile e manca alle mie orecchie (e non solo alle mie a quanto pare) un suono di sax vero e urlante di romantica dannazione.

Si intitola “Dottor Perri & Mister Singer”, connubio ma anche guerra interiore tra la vita normale e quella d’artista. Si può stare nella terra di mezzo? Si può fare una cosa ma anche l’altra? E gli anni di ricerca che tanto hanno determinato questo risultato? La ricerca ha portato al classicismo come fosse un ritorno alle origini? Sono 4 brani che scivolano e che forse solo dentro nella penultima “Lascia che il vento” il nostro si avventura verso scritture appena meno quadrate e risolte con la semplificazione del pop. Battisti è dietro le spalle che controlla le dinamiche di voce e la scelta delle vocali con cui chiudere i periodi. Venditti o Zarrillo sembrano forze armate a convogliare il suono e i sentimenti. Infine intravedo in un angolo Ivan Graziani che pone un vessillo sulla voce quando va in cerca di tonalità alte e squillanti… quando la voce sguscia via e di poco sembra anche vibrare.
Un breve ascolto che però, per il troppo ancorarsi al passato di cose sconosciute, manca il centro della proprio individualità. O forse tutto questo è l’antipasto di una ricerca ancora da sviluppare.


