di Luigi Giannelli
Per conoscere il mondo occorre recarsi di persona e vivere l’accoglienza, la tradizione, l’indifferenza, l’amore e quant’altro prevede il comportamento delle persone che abitano un determinato paese, città, stato, continente.
Spesso ci troviamo di fronte allo schermo di un televisore, la lettura di un giornale, di un libro, di un film – e dunque improvvisamente capaci di giudicare demonizzare un comportamento o i comportamenti degli altri senza averne approfondito la conoscenza.
Così accade anche nel nostro piccolo mondo: regione, provincia, città, villaggio, frazione, scuola, carcere .
Parliamo, Parliamo sempre per voce degli altri.
Ci sono alcune persone che solo per il fatto di essere entrate in carcere a svolgere la funzione di volontari, credono di sapere tutto, forse più di chi da quarant’anni ha vissuto quotidianamente questi luoghi, con funzioni di responsabilità diretta, subendo le tantissime angherie e umiliazioni ma anche le tante soddisfazioni.
Entrare in carcere per gestire un corso di scrittura creativa, di giornalismo, di cucina, di cultura, di teatro, non significa aver capito la vera essenza del luogo e di chi lo abita.
Le guardie sono cattive a priori, i detenuti sono vittime a priori.
Nessuno si è mai chiesto in realtà cosa succede oltre gli orari della visita.
Spesso sentiamo dire: “detenuti picchiati, massacrati dalle guardie” – mai si è sentito dire: “ guardie picchiate dai detenuti.
Ovviamente la guardia non ha voce, fa il suo dovere, ha scelto di fare la guardia- giusto, fa parte del rischio.
E qui si rischia di entrare in polemica.
Io voglio solo dire che per parlare occorre conoscere, senza preamboli e giochi di parte – io ho scelto la neutralità, pur indossando la divisa di Poliziotto Penitenziario, ho scelto di mettere in pratica la logica dei miei ideali – forse disturberanno chi vuole per forza dividere e catalogare in contenitori stagno le funzioni ma poco m’importa. Mi sono arruolato perché non avevo altro lavoro, pian piano ho iniziato questa esperienza che nonostante le tantissime difficoltà mi ha portato a capire e conoscere persone, esseri umani, uomini e donne, ragazzi e tragedie di ogni specie. Esperienza che mi ha insegnato soprattutto a non giudicare, o meglio, a non puntare l’indice come il Dio giustizialista. Ho capito che con il dialogo costruito nel tempo, con il confronto leale si può edificare il rinnovamento dell’uomo. Quando parlo di dialogo intendo da entrambe le parti. Meglio specificare: nessuno è il maestro, nessuno è l’allievo. L’uno dona all’altro la propria esperienza affinché insieme si possa trovare l’equilibrio per dare sfogo alla coscienza.
Ho sempre sostenuto che il cammino potrà essere intrapreso solo se si è in grado di prendere coscienza dell’errore commesso con umiltà senza strumentalizzazioni si sorta. È chiaro, La strada che ci attende è lunga e tortuosa e ci saranno, come nel percorso della Via Crucis, molte cadute. È li che necessita la mano di chi ti accompagna affinché ti aiuti a rialzarti, non per condurti alla crocifissione ma alla resurrezione, alla nuova scelta che altro non è la legalità.
Carissimi amici che mi leggete, lo so, qualcuno di voi potrà dire che questa è utopia. Certo può essere, ma permettetemi una piccola soddisfazione, io ho avuto modo di vivere questa bellissima esperienza. Alcune delle persone che ho detenuto non sono più tornate nell’inferno, hanno scelto non solo di cambiare ma di far cambiare anche gli altri aiutandoli nel reinserimento sociale.
Probabilmente vi starete chiedendo delle percentuali di buona riuscita.
Permettetemi di rispondere: una goccia nel mare forma il mare stesso.
Vorrei che fosse ben chiaro, io sono contento che nelle nostre carceri entrino i volontari e tante altre figure professionali. Ho sempre interagito con loro allo scopo di distribuire equamente le diverse esperienze senza far prevalere il pregiudizio che ritengo sia il vero elemento di disturbo per la buona riuscita di qualsiasi progetto o intenzione si voglia, in favore e con la collaborazione diretta di chi soffre la detenzione nel rispetto di chi ha subito il danno dell’azione criminosa.
La Polizia Penitenziaria partecipa quotidianamente alle numerose attività trattamentali che si svolgono negli istituti penitenziari e dunque posso dire con fierezza che la buona riuscita è anche per merito loro.
Per concludere, al calar della sera, nei freddi e lunghi corridoi della memoria che dividono il sorriso dal pianto , quando l’ultimo cartellino viene depositato, nelle fauci di questo mostro di ferro e cemento si svegliano i tormenti, le paure, la tensione. Tocca agli uomini e alle donne in divisa divenire unici testimoni dei silenzi e dei rumori difficilmente narrabili.


