Qualche tempo fa ho scoperto un posto silenzioso tra le rovine di una villa abbandonata. Ho camminato tanto prima di decidermi a capire di cosa si trattasse. Mi sono guardata intorno a lungo, più volte, ripetutamente. Non ho visto altri che me stessa. Ho sempre pensato di essere un’infelice senza tante pretese, annegata in un mare di buoni propositi e consapevolezze. Ho sempre creduto che certi pensieri potessero dissolversi col tempo e diventare briciole di nostalgia.
Ho scoperto quel posto giù al lago e ho pensato che anche tu dovessi vederlo. Un pensiero come un altro che potevo tenere per me se non fosse stato che ad un certo punto mi sono voltata e ti ho chiamato. Un gesto naturale e quotidiano, un gesto come un altro. Non ero sola come pensavo. Dietro di me c’era un uomo calvo molto magro, sorprendentemente triste. Dico così perché pareva avere un’espressione felice da buon compagno di viaggio ma ai bordi della bocca nascondeva qualcos’altro, una sottile riga di tristezza che mi ha lasciata senza parole. Non c’eri tu, c’era un uomo dall’espressione triste. Indossava una giacca color prugna al curry, conosci questo colore, te l’ho descritto tante volte, una giacca piena di storie da raccontare, forse non in quel momento, certo, ma piena di vitalità, più del suo viso, certo, più della sua espressione triste. Portava in mano dei fogli stropicciati, l’inchiostro era sparso lungo le sue mani macchiate di mille parole ma a lui sembrava non interessare. I pantaloni sgualciti cadevano morbidi lungo le gambe più esili del mondo e finivano come una grande cascata nelle sue scarpe nere. Mi ha guardata per un tempo molto lungo. Quando ha deciso di lasciar cadere lo sguardo sulle mie mani ha notato che stringevo in un solo piccolo pugno tutta la mia vita con te e che un soffio di vento avrebbe potuto farmi cadere giù, oltre quel muro di pace nera che mi sovrastava. Sono certa di aver visto in quello sguardo la mia ricerca disperata di te.
Allora ho pensato che passiamo tutta la vita a cercare di essere così tanto felici da dimenticare il perché lo facciamo. Ci ritroviamo incastrati in situazioni pazzesche che non hanno nulla da offrirci, portiamo troppi libri in spalla, chiediamo sempre come stai? E non ce ne importa nulla, facciamo la spesa per riempire un frigo sempre troppo vuoto, mettiamo da parte il vestito buono per un’occasione speciale che forse non arriva mai, lottiamo per essere sempre i migliori, una buona media, un buon ricordo. Mi chiedo a cosa serva, poi. Passiamo tutta la vita a cercare le risposte alle domande sbagliate, che non serve arrivare primi per gustarsi il panorama, prima o poi tocca a tutti sedersi ad ammirare, respirare a pieni polmoni la vita e assaporarla così, per un momento in più. Manca quel coraggio sai, delle volte, quel coraggio di sapersi dire addio. Così si resta impigliati a metà strada tra la vita vera e il sogno e gli anni passano, inavvertitamente e senza scuse. Non affrontiamo le paure più grandi per il solo bisogno di tenerle ancora un po’ con noi, dove sarei se non ti avessi incontrato?, per il solo assoluto e insensato bisogno di poter piangere in silenzio, la notte, quando i ricordi non bastano più a coprirci dalla testa ai piedi e allunghiamo una mano nel buio alla ricerca di qualcosa che non esiste, incastrati dalla consapevolezza di voler cambiare restando fermi.
Mi guardo attorno e mi sembra di averti dimenticato. Invece torni come un pugno sulla faccia quando passeggio per le strade o chiacchiero con una donna anziana, o scelgo un libro per il fine settimana. Torni sempre, riprendi il tuo posto sul mio corpo senza chiedere il permesso.
Sei la tristezza a cui non so rinunciare, il mio dolore piacevole e personale, uno stabile contrattempo con la vita che è finita e che non mi lascia andare.
