di Elena Sparacino

«Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza» (canto XXVI): Dante aveva un’idea ben chiara di Ulisse, quando scelse con oculatezza di collocare l’eroe omerico nell’ottavo girone infernale, quello riservato ai fraudolenti. Non l’eroe dedito alla famiglia, ma un uomo la cui astuzia prevarica ogni etica, sottomettendo il proprio coraggio al servizio della conoscenza. La sete di sapere, da che si abbia memoria spinta motrice del tormento e della tensione umana, è un carattere non nuovo – del resto – alla personalizzazione dei grandi protagonisti della Grecia classica; come per l’Ulisse dantesco, fu proprio il desiderio di conoscenza a costare l’impero a un grande conquistatore quale fu Alessandro Magno, sconfitto da se stesso nella sua insaziabilità d’Asia.

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Valerio Massimo Manfredi

Sembra dunque essere un tòpos ricorrente e basilare per catturare l’attenzione di un grande scrittore qual è Valerio Massimo Manfredi: noto per le sue impressionanti abilità di romanziere storico, e catturato il favore di pubblico con grandi perle di classicità (tra cui, appunto, la saga alessandrina), non si esime dal puntellare di precisioni storiche la sua opera più recente, una trilogia in cui approfondisce in forma quasi intima le sfaccettature dell’eroe ‘senza nome’: Ulisse. Si tratta, nella fattispecie, di una di quelle casistiche in cui letteratura e teatro si fondono in un unicum emozionale, impastandosi a vicenda per fondersi in uno spettacolo dove il romanzo viene raccontato dando vita a una retrospettiva di personaggi in carne ed ossa, per quanto in uno spazio effimero. Il mio nome è Nessuno è, infatti, non solo il titolo dei suoi romanzi, bensì di una lettura promozionale divenuta spettacolo al punto da essere portata e proposta in teatri e ‘parateatri’ cittadini, oltre che ai festival del libro. Chi è Nessuno? Nessuno è l’alter ego del protagonista Odysseo, il cui nome reale porta un significato che rende giustizia alla sua sorta: “colui che suscita odio”. Un esempio è proprio Polifemo, il ciclope figlio di Poseidone ingannato da questo falso pseudonimo, che in preda all’ira scatenò la sua furia pregando il padre affinché l’itacense tornasse a casa, sì, ma “tardi… e male”. La straordinaria sorpresa è che l’appassionata lettura dell’autore, condita da colte spiegazioni di carattere storico, è stata – per scelta – impreziosita dal valido apporto di due attori professionisti (più o meno conosciuti, basti citare tra tutti un cameo di Sebastiano Somma), uomo e donna, per interpretare con la dovuta teatralità alcuni passi dell’opera.

Cambiano i lettori di supporto, ma la formula è sempre la stessa: lo scrittore, di Paese in Paese, rispolvera le sue capacità istrioniche per condurre con tono caldo e diacronico l’audience attraverso un mondo minato dalle insidie di mostri e divinità, lazzaroni e messi provvidenziali, in una realtà storica il cui confine con la leggenda è tuttora labile e poco definito. Il peccato originale è Troia: si è dibattuto moltissimo sulla veridicità di questa guerra, dal momento in cui Schliemann scoprì tracce che testimoniassero la reale esistenza di questa città mitologica. Ritrovamento che inevitabilmente aprì le porte a nuovi quesiti: che sia stato quello l’avvenimento provocante il collasso della civiltà micenea? Ipotesi non da escludere, se si considera un evento di portata distruttiva che prevede migliaia di morti, la migliore gioventù falciata, e nondimeno gli stessi sovrani sul campo di battaglia. Un mistero che non può che affascinare uno studioso, ma anche far fervere la fantasia di uno scrittore alle prese con le conseguenze sulle emozioni di un animo umano complesso come quello di Ulisse.

La scelta della prima persona singolare (l’intero romanzo è raccontato attraverso gli occhi e la mente di Odysseo) non è casuale, prediletta per rendere la narrazione più realistica. L’autore svela una certa onestà intellettuale nel porsi problematiche come la plausibilità dinanzi a creature, ad esempio, Scilla e Cariddi e gli altri mostri che l’eroe incontra lungo il suo cammino. «Già ci ha pensato il poeta», spiega Manfredi con disarmante semplicità, riconoscendo a Omero la paternità di uno stile, una profondità e un genere letterario che seppe – già migliaia di anni fa – abbracciare e includere in sé successori come Moby Dick e Robinson Crusoe. Stratagemma che gli ha consentito di ovviare a blocchi d’immaginazione su que2030710cover_800X50llo che – plausibilmente – Ulisse avrebbe potuto aver detto ai suoi compagni dinanzi a un gigante antropofago. Sicuramente avrà giovato a Manfredi, archeologo specializzato in topografia antica, la lettura approfondita di tutti i frammenti del ciclo troiano: «La prima saga sul re di Itaca», conferma con sincera ammirazione, riferendosi al corpus di 100.000 versi che definisce “una sorta di magma poetico”.

Un focus particolare lo scrittore lo dedica al lato più umano dell’eroe, esplorandolo nella più umana delle pulsioni, manifestata anche attraverso il rapporto con l’universo femminile. In primis, la maga Circe; nella fantasia del marinaio, vige il sogno di un’isola deserta abitata da una sola, unica, bellissima femmina dominatrice. Già nell’Odissea, quest’ordine di natura fantastica e popolare viene sovvertito e rimesso in discussione, conferendo a un personaggio femminile un rilievo inedito per la tradizione letteraria (e culturale) dell’epoca. Ne emerge dunque una figura assolutamente sorprendente e imprevedibile, che da conforto diventa minaccia: Odysseo manda Euriloco in esplorazione, che torna da lui con la notizia che i compagni sono stati trasformati in porci. Sempre conforme alla mitologia dei marinai, l’eroe ne uscirà grazie al sussidio di un’erba magica per proteggerlo e all’intervento delle divinità propizie (a dargliela sarà un “ragazzo col sole nei capelli”, ossia Mercurio, lo stesso che Giove invierà all’isola di Ogigia per intimare a Calipso di lasciarlo andare). Ciononostante, Odysseo resterà un anno al fianco di Circe e ben sette presso la figlia di Atlante. Splendida, irresistibile, quest’ultima come la maga userà le sue doti per circuirlo e trattenerlo, mossa da quell’invidia degli dei che – ricorrentemente, nella mitologia classica – invidiano agli uomini quelle emozioni che fanno palpitare il cuore nuovo dei mortali.

La catàbasi di Odysseo attraversa un percorso di espiazione, attraverso luoghi al confine tra vita e morte (“Per giorni camminai in questo territorio arso), per i quali Manfredi testimonia: «Io ci sono stato, all’oracolo dei morti… se vi capita di visitare la Grecia andateci, in questo luogo che fa rabbrividire». In modo travolgente, l’autore introduce la perigliosa odissea fino al ricongiungimento con i propri cari: perfino in casa sua, Odysseo dovrà affrontare delle prove per farsi riconoscere, non prima però di aver riscontrato la fedeltà del cane Argo e della serva Ericlea. Quanto emerge è il ritratto dell’uomo, affetto dalle sue paure e debolezze, che rappresenta la persona comune nella sfida delle proprie difficoltà. L’Ulisse di Manfredi ricorda molto quella poesia di Kostantinos Kavafis, Itaca, che con una sapiente metafora coglie il parallelismo tra il viaggio omerico e le fatiche quotidiane, e questo rende estremamente più godibile perdersi nella narrazione, così fresca e prossima al sentire interiore di un eroe moderno.

«Lui che è tutti. Lui che non è nessuno».

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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