di Elena Sparacino

A qualcuno sovverrà forse la battuta di Maurizio Crozza allo scorso festival di Sanremo. Si parlava di bellezza: e come mai – si chiedeva il comico ligure – noi italiani non valorizziamo le nostre bellezze? Come mai non abbiamo ancora saputo sfruttare la “Gianduiot Valley”? Il riferimento di questo simpatico neologismo è chiaro, alludendo alle tante ricchezze del capoluogo piemontese e dintorni, da Alba a Monferrato, da Bra a Torino stessa.

Oggi, al Salone del Gusto, a parlare dell’utopia di Torino come “capitale del cibo” è il suo stesso sindaco, Piero Fassino in persona. I punti di forza della città sono molteplici: dal caffè di grandi e piccole torrefazioni al cioccolato, dal gelato ai bar storici (quanti sanno effettivamente che il tanto amato tramezzino è nato proprio all’ombra della Mole, e per la precisione nello storico caffè Mulafsano?). Cionondimeno, proprio tra le Langhe piemontesi è nato il movimento promotore del più grande evento mondiale sull’agroalimentare. Come aveva sottolineato durante la cerimonia di inaugurazione a proposito dell’intuizione perpetrata da Carlo Petrini con Slow Food, il Salone del Gusto e Terra Madre, «ha fatto un cammino molto importante, è diventata prima pensiero poi movimento e il cibo e la nutrizione sono diventati uno dei grandi temi dell’agenda politica mondiale», osservando anche come, grazie ad un’implementazione dell’informazione anche in questo campo, oggi le masse guardino al cibo in modo diverso e più consapevole, guardando non senza indifferenza al diritto ad alimentarsi in modo sano e attivandosi per tutelarlo.

Tuttavia, sulla città pende un punto interrogativo. La conferenza per fare il punto sul Terzo piano strategico per Torino metropoli 2025 si apre difatti con un “però” avanzato dal presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Piero Sardo: «Una città come Torino, in qualsiasi altro paese d’Europa, sarebbe una capitale del cibo. Ma in Italia l’assegnazione di un titolo del genere è delicata perché molte città fanno del cibo un baluardo». Qualche problema esiste, ad esempio, in merito alla mancanza di una «ristorazione attrattiva, capace di motivare il viaggio per chi arriva da fuori»: in poche parole, vige un buon livello ma manca la comunicazione. A tal riguardo, tre sono i consigli di Sardo, che partono dal far nascere una Food Commission parallela a ciò che la Film Commission ha fatto in campo cinematografico, fino a creare un Atlante del cibo locale e integrare le politiche alimentari di Torino con quelle dell’hinterland. Il professor Egidio Dansero gli ha fatto eco con una fotografia ricca di dati dell’evoluzione gastronomica di Torino nella storia, descrivendone i 49 mercati rionali che vi prendono atto ogni giorno con 1527 banchi alimentari, giunti alle 371 aziende agricole che li servono. «In città sono aperti 4088 esercizi di somministrazione alimenti che hanno contribuito a modificare il volto di molti quartieri», ha detto sollecitando l’importanza di un vero e proprio «tavolo di lavoro per pianificare le strategie urbane del cibo, come avviene per i trasporti pubblici, i servizi alla persona o lo sviluppo urbanistico della città». Tra città e campagna, ha aggiunto Andrea Martina, si può e si deve instaurare un “rapporto proficuo” tra quei produttori che vanno in città per presentare la loro offerta e i consumatori che accettano e sono interessati a spostarsi verso i luoghi di produzione.

img_2241Il tutto, senza trascurare – come avanza il giornalista Luca Iaccarinol’investimento del potenziamento di infrastrutture atte e adeguate ad accogliere sempre più turisti e visitatori provenienti da fuori regione. Fassino ha voluto dunque concludere, in merito alla problematica metropolitana, asserendo al grande cambio di Torino negli ultimi decenni, in senso tanto urbano quanto culturale: «Questo luogo (il centro Lingotto, n.d.r.) ne è un simbolo: il primo stabilimento fordista nel nostro paese, emblema della città produttiva e manifatturiera che per un secolo è stata capitale industriale dell’Italia. La deindustrializzazione ha mutato gli scenari ma Torino ha saputo tenersi alla larga dal declino, ha elaborato il lutto, superato la nostalgia, specializzandosi senza rinunciare a essere una città industriale. E poi sono arrivati tanti investimenti sul sapere, sulla conoscenza, sulla ricerca e sulla cultura come fattore costitutivo di un modello di sviluppo. Oggi abbiamo iniziative culturali di alto livello ogni settimana». In effetti, Torino di festival culturali (tra libri, cultura, musica, cibo, cinema, spettacolo e quant’altro) ne sa: il Salone del Gusto e Terra Madre porta con sé prodotti che sono espressione di culture, di storie, di territori che vanno a incontrare la grande produzione agroalimentare piemontese.  «Il cibo è parte di questa trasformazione di Torino che continua a crescere. Le condizioni per fare di Torino una capitale del cibo ci sono: bisogna lavorare sulla promozione e sulla comunicazione». Per Torino, la sostenibilità e l’agroalimentare sono stati uno dei modi per allargare la sua identità, e l’auspicio è quello di un Expo alle porte che possa essere un esempio e un’opportunità di apprendimento – per le grandi metropoli italiane – di leva dello sviluppo e della promozione identitaria a livello globale.

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Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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