Tevere, di Luciana Capretti, Marsilio 2014di Antonietta Sammartano

TEVERE è il secondo romanzo di Luciana Capretti che, a differenza dal primo , GHIBLI, corale e in parte scaturito da vicende familiari , si incentra tutto sulla dolente figura di una donna, Clara Faiola, vissuta in Italia, fra Novara e Roma, dagli anni ’20 ai ’70 dello scorso secolo.
Scrive Capretti nella sua nota finale: “ Questo romanzo è tratto da una storia vera. L’ho scritto per restituire alla protagonista qualcosa, del tanto che le è stato tolto.” L’empatia fra la scrittrice e la protagonista è davvero l’elemento che caratterizza il romanzo; Clara è al centro di tutta la storia, lei il suo abisso il suo nulla il suo perdersi e il ritrovarsi, tutti gli altri personaggi sono comprimari che la incontrano, la circondano, la abbracciano anche, lasciandola però sempre sola con la sua paura di vivere. Paura che non da subito ha caratterizzato la sua vita, ribelle anzi e spavalda negli anni giovanili, capace di decisioni ardite e senza ritorno, vita che poi va a sbattere contro il muro della Storia e ne rimane schiacciata. Quando nella mediocrità borghese dell’ambiente romano, Clara, con alle spalle la provincia piemontese fatta di fabbriche e di campi da dissodare, si ritrova senza radici, quelle radici che lei stessa ha voluto estirpare, e vive senza passato, senza una storia da poter condividere con il marito e i due figli adolescenti, allora si perde e si annulla . Quella storia di prima la conosceremo noi lettori, attraverso la trama lenta e ramificata che riporta indietro lo sguardo e lo fissa lontano sugli anni della povertà e della guerra, sulla violenza abituale di un padre manesco, sui soprusi di una società che non riconosce diritti alle donne e su tanto altro ancora. Di Clara non conosceremo la fine, la potremo supporre, ma conosceremo il “male di vivere” che la avvolge, l’opacità del suo sguardo che si posa indifferente su ciò che la circonda, tranne che sui suoi figli, unica luce nel buio dell’ esistere. Si badi, TEVERE non è un romanzo triste, è un romanzo forte, connotato da uno stile tagliente, immediato, che sorprende con immagini ardite e spiazzanti : quando Clara e Giuseppe, suo marito, si incontrano e si innamorano “ lei lo prendeva sottobraccio e lo ascoltava. Ascoltava e la strada si allungava in vicoli infiniti, in traverse di complicità, in piazze e panchine di risate”; la mamma di Clara, Egle, ormai sfiorita stringe i capelli in una crocchia “sulla nuca arresa”; durante la guerra “ la città la notte brillava, di stelle scaraventate al suolo, tutto il cosmo giù a illuminare la terra”.
Attraverso capitoli contraddistinti non da numeri, ma da colori, Bianco Giallo Nero, quasi una mappa degli stati d’animo e delle situazioni, Capretti racconta, oltre l’invenzione, una realtà vera, documentata con rigore, frutto di lunghe e sofferte ricerche che ci restituiscono un mondo e un tempo che abbiamo in parte dimenticati.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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