L’esordio di Pamela Casnico, “La solitudine del caos”,  trascina i lettori in un viaggio intimo, ricostruendo le vite e i nodi irrisolti di tre generazioni di donne; la storia si snoda attorno al peso dei segreti di famiglia e alla ricerca di un’identità che sembra, in ogni momento, vacillare. Abbiamo incontrato Pamela per parlare del suo romanzo e dei dettagli nascosti.

Ciao, Pamela. Da dove nasce l’ispirazione per “La solitudine del caos”?

Nel mio libro la solitudine è intesa come una condizione interiore. Ognuno di noi ha i propri dolori, che custodisce dentro di sé. È facile condividere le gioie della vita, molto più difficile è condividere i dolori: in quelli si è soli, non è possibile condividerli e nemmeno avrebbe senso. Ho cercato di immedesimarmi in Ada bambina, che si trova a vivere qualcosa che non può capire e che nessuno le spiega. Cerca quindi di interpretare a modo suo ciò che vede, vivendo il proprio dolore completamente da sola e nella confusione.

C’è un personaggio con cui hai empatizzato maggiormente? Perché?

Sicuramente ho empatizzato maggiormente con Ada bambina, in quanto i bambini rispondono alle gioie e ai dolori, e in generale a tutte le emozioni, in modo istintivo, senza razionalizzare. Sentono con ogni fibra del loro corpo e questo ti permette di capire al volo quello che provano e di viverlo a tua volta.

Secondo te, è possibile guarire dal trauma generazionale? Credi che al giorno d’oggi ci sia più consapevolezza su determinati temi?

La risposta dipende molto da ciò che si è vissuto e dal contesto in cui ci si trova. Diciamo che, avendo la possibilità di scegliere della propria vita, si può certamente guarire e interrompere un ciclo dannoso. Per quanto riguarda la consapevolezza, credo sia strettamente legata all’esperienza. È difficile, soprattutto quando si è giovani, imparare davvero dalle esperienze degli altri: spesso è necessario vivere certe situazioni in prima persona per comprenderle fino in fondo. Per questo la storia tende a ripetersi: cambiano le vesti, gli anni e i nomi, ma non la sostanza. Questo vale per il tema della dipendenza, così come per gli altri temi raccontati nel libro.

All’interno del romanzo, ci sono echi della tua vita personale? Se sì, vorresti aprirti con il tuo pubblico?

Non ci sono situazioni personali in questo libro, ma situazioni che ho avuto modo di vedere. L’unica cosa che mi riguarda da vicino si trova nella storia del primo personaggio, Vita. Molto della sua infanzia nasce dai racconti di mia nonna, che mi ha spesso parlato della sua infanzia come del periodo più bello della sua vita.

Quando è nata la tua passione per la scrittura? Avresti il piacere di parlarne?

Ho sempre amato leggere, ma il desiderio di scrivere è nato quando ho cominciato ad apprezzare ciò che le persone hanno da raccontare. Il piacere di ascoltare ha fatto emergere in me il desiderio di scrivere. Quando dai importanza a quello che qualcuno ti sta raccontando, lui se ne accorge e i suoi sentimenti rispetto a ciò che racconta emergono, che siano passione, sofferenza o felicità. E ne vieni contagiata.

Stai già lavorando a qualche nuovo progetto?

Sì. Il prossimo libro mi porterà verso storie molto diverse, ma continuo a essere interessata alle storie di persone apparentemente ordinarie, perché ritengo che, se si sa osservare, di ordinario a questo mondo ci sia ben poco.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.