La parola più importante di “Sepolti due volte” forse non è omicidio. È “punizione”. Cambia decisamente tutto, leggetelo per capire cosa intendo. Perché chi punisce pretende sempre di avere dalla propria parte una qualche forma di diritto, anche quando quel diritto è stato costruito dentro una ferita privata. Adriano Francia mette in scena proprio questa trasformazione. Il trauma infantile legato alla matrigna, alle minacce del Krampus, alle cartoline e alle disparità subite non scompare con l’età adulta: sedimenta. E la cosa più interessante è che la vendetta, a un certo punto, non viene più percepita come tale. Diventa ordine da ristabilire.

Il noir raggiunge qui la sua dimensione psicologica più nitida: le vittime vengono private delle scarpe, esposte, trasformate in parti di un rituale che agli occhi dell’assassina possiede una propria grammatica morale. Non siamo più soltanto nel terreno del rancore: siamo dentro una coscienza che ha riscritto le parole necessarie per potersi assolvere. Nereo Leone rappresenta naturalmente il versante opposto, quello faticoso e imperfetto della giustizia reale. Sbaglia pista, dubita, torna indietro. E proprio questa possibilità dell’errore lo rende più umano di chi, al contrario, non dubita mai della propria sentenza. “Sepolti due volte” procede così con strumenti abbastanza classici del giallo e non cerca rivoluzioni formali se non fosse per la trovata inedita del “come” osservare il mondo degli uomini. Mille piani diversi di lettura personale trovano spazio… e dunque mille anche le facce dei lettori…


