Una collana può essere un ornamento, un’eredità, una ricchezza. Nel romanzo di Maldola Rigacci diventa invece una sorta di archivio silenzioso. “La lunga collana di perle” sembra chiedersi fin dalle prime pagine se gli oggetti possano trattenere qualcosa delle persone che li hanno toccati, desiderati, perduti. La risposta non arriva mai in forma definitiva, ed è proprio questa sospensione a dare forza al versante magico del libro. Le perle reagiscono, emanano calore, sembrano avvertire ciò che deve accadere. Eppure la Rigacci non rompe mai completamente il patto con la realtà: lascia sempre aperta la possibilità che dietro l’inspiegabile ci sia una coincidenza, una paura, una proiezione umana.

Su questa linea sottile cresce anche Kadigia. Il personaggio nasce da una memoria familiare reale dell’autrice, ma il romanzo le consegna una vita autonoma. Alessandria d’Egitto, l’epidemia di colera, la fuga con Vittorio e l’arrivo a Prato diventano le tappe di una trasformazione soprattutto interiore. Kadigia non attraversa soltanto il Mediterraneo: attraversa un’identità. Accetta di cambiare senza smettere di appartenere a ciò che è stata. Credo sia il cuore, se non altro uno dei temi più interessanti del libro: l’identità non viene trattata come una casa chiusa, ma come qualcosa che può viaggiare. Vale per Kadigia, vale per la famiglia Valentini, vale persino per la collana. Poi il tempo compie uno scarto: il romanzo raggiunge il 1966 e l’alluvione di Firenze, facendo entrare la sua invenzione dentro uno dei grandi traumi della memoria cittadina. L’acqua che aveva accolto le perle all’inizio torna simbolicamente a reclamare spazio. E nella Biblioteca Nazionale ferita dal fango, tra libri da salvare e giovani impegnati nel recupero, realtà e leggenda finiscono per sfiorarsi ancora una volta. Dunque non soltanto romanzo storico o racconto d’avventura, ma riflessione sul modo in cui la memoria sopravvive alle biografie.


