Parigi entra nella zona di turbolenza: deficit elevato, interessi in crescita e mercati sempre più nervosi. Da Breton a Le Maire, le ricette francesi riaprono un dibattito che riguarda direttamente anche Roma e il futuro delle regole europee.

Per decenni, quando in Europa si pronunciavano le parole “debito pubblico”, lo sguardo finiva quasi automaticamente sull’Italia. Oggi quella rappresentazione appare molto meno scontata. La Francia sta attraversando una fase delicatissima dei propri conti pubblici e, soprattutto, sta assistendo a un deterioramento della fiducia dei mercati che modifica gli equilibri finanziari dell’Eurozona.I numeri spiegano perché. Secondo le previsioni di primavera della Commissione europea, il debito pubblico francese dovrebbe passare dal 115,6% del Pil del 2025 al 118,1% nel 2026, per superare il 120% nel 2027. Ancora più significativo è il deficit: previsto al 5,1% quest’anno e al 5,7% nel 2027. L’Italia continua ad avere un rapporto debito/Pil decisamente superiore — il 138,5% previsto nel 2026 — ma presenta un deficit stimato al 2,9%, dunque nettamente più contenuto di quello francese. È proprio questa differenza nelle dinamiche, più ancora dei livelli assoluti, ad attirare l’attenzione degli investitori. Il Financial Times ha recentemente evidenziato come la Francia abbia sostituito l’Italia quale principale fonte di preoccupazione tra diversi investitori del mercato obbligazionario europeo. I rendimenti francesi sono saliti e la tradizionale distanza tra Parigi e Roma si è fortemente ridotta, fino a produrre situazioni che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrate difficili da immaginare. 

Il problema francese non nasce soltanto dall’ammontare del debito. Nasce dalla combinazione tra deficit strutturalmente elevato, aumento della spesa per interessi, difficoltà politica nell’approvare correzioni significative e prospettiva delle elezioni presidenziali del 2027. Il debito francese si aggira ormai intorno ai 3.500 miliardi di euro e diversi economisti temono il cosiddetto “effetto palla di neve”: se il costo medio del finanziamento cresce più rapidamente dell’economia, stabilizzare il rapporto debito/Pil diventa progressivamente più difficile. Da qui il ritorno di proposte drastiche. L’ex ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha indicato nella riduzione della spesa sociale uno dei nodi centrali, arrivando a prospettare una temporanea deindicizzazione delle pensioni superiori a determinate soglie e di alcune prestazioni sociali, con risparmi stimati nell’ordine di decine di miliardi in cinque anni. Sul versante opposto, Jean-Luc Mélenchon ha rilanciato l’idea di cancellare la quota di debito francese detenuta attraverso la Banque de France, proposta duramente contestata da Thierry Breton e da numerosi economisti anche per i vincoli derivanti dall’architettura dell’Eurosistema e dai trattati europei. Il confronto francese sta quindi assumendo una dimensione ben più ampia di una semplice discussione sulla legge di bilancio. 

Ed è qui che entra in gioco l’Italia. Roma non può certo considerare risolto il proprio problema: un debito vicino al 140% del Pil resta una vulnerabilità enorme, soprattutto in presenza di crescita modesta e interessi elevati. Ma il miglioramento relativo del deficit e una maggiore stabilità percepita sui mercati stanno modificando una narrazione consolidata.

La lezione francese è importante proprio per questo. Non conta soltanto quanto debito uno Stato abbia accumulato, ma la sua traiettoria, la capacità di produrre avanzi primari, la credibilità della politica economica e la fiducia di chi acquista i titoli pubblici.

Per l’Europa si apre quindi una discussione inevitabile: continuare a trattare il debito esclusivamente come problema nazionale oppure costruire strumenti comuni capaci di finanziare investimenti strategici, difesa, energia e infrastrutture senza trasformare ogni crisi in una battaglia sugli spread.

Il paradosso del 2026 è tutto qui: l’Italia rimane più indebitata della Francia, ma Parigi presenta oggi un deficit molto più alto e una traiettoria del debito particolarmente preoccupante. La vecchia fotografia dell’Europa finanziaria sta cambiando. E quando i mercati cambiano fotografia, la politica farebbe bene ad accorgersene prima che siano gli interessi sul debito a presentare il conto. 

Michel Emi Maritato

Giornalista, esperto in questioni Medio Orientali, corrispondente Gerolosomitano, psicologia giuridica e criminalità organizzata.

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Di Michel Emi Maritato

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