La lentezza è il filo conduttore di “Piano piano”, un EP che prova a restituire valore ai tempi dell’esperienza quotidiana senza trasformare questo tema in un manifesto ideologico. Michele Coletta costruisce cinque brani attorno a un’idea precisa: sottrarsi alla frenesia contemporanea per recuperare uno spazio più umano, fatto di relazioni, memoria e piccoli istanti che acquistano significato proprio perché non vengono consumati in fretta.

Siamo mani e piedi dentro la disco dance anni ’80 e qui richiamo alla mente certe scritture del mitico Savage. Contaminazione di generi si ma siamo ben lontani da un’identità di casta e di etichetta: l’EP scivola senza scossoni e sinceramente, singolo a parte (vedi anche il video di “Balliamo piano”), non trovo grandi soluzioni melodiche o arrangiamenti che possano farmi balzare dalla sedia.
Rivivo a pieno certi suoni e mi affascina ad esempio la tribalità che apre “Sutta Iu Sule”… oppure il lavoro di fiati che trovo dentro la didascalica “It’s raggae time” con quel certo movimento melodico che mi richiama tanto quel fare alla Tullio De Piscopo. Poi “Boom” è davvero il manifesto di un passato in cui l’adolescenza passava anche da camerette con poster agli armadi e diari segreti tra i compiti da fare per il giorno dopo. E che nostalgia dentro la compatezza plastificata della sezione di drumming o quel senso etereo e spaziale dei synth… come anche dentro “Incoontro Karmico” che sin dalla prima frase va a cercare quel Max Pezzali degli 883 di provincia. Ci siamo… il cuore pulsante per me è questo. Un disco nostalgico di suoni potenti alla mia nostalgia. Fatto con mestiere e attenzione in tal senso… tanto di cappello. Bel viaggio per i palati fini di anni ormai perduti…


