Più che un semplice album, un percorso che attraversa immagini, silenzi e tensioni interiori. Marco Della Gatta costruisce un lavoro compatto ma aperto all’ascolto, dove ogni brano sembra collegarsi al successivo con naturalezza, senza mai perdere equilibrio e direzione.

Ciao Marco, questo album sembra quasi un viaggio più che una raccolta di brani. Quando hai capito che stavi costruendo qualcosa di unitario?
La costruzione di questo album è pensata come la scrittura di un libro. Non è solo un accostamento della musica alla poesia ma, oserei dire, un ripensamento di ciò che può essere considerata espressione unitaria di poesia e musica quando valica il campo della rappresentazione emotiva o di evocazioni immaginarie. Come in un viaggio ogni istante si posiziona immediatamente nella sfera della memoria, così in questo lavoro ogni verso trasformato in melodia, ogni parola immessa nel suono, scompare all’ascolto. La stessa riproposizione di ogni elemento sarà sempre vittima della memoria del primo, contaminata dal primo sentire. È il potere e la dannazione della musica/poesia, ma anche l’immensa possibilità che può esistere quando, nel viaggio, scopriamo la relazione con noi stessi.
Nel testo di “Fatto lampo” c’è l’idea di un’apparizione improvvisa, di qualcosa che irrompe. Come hai tradotto musicalmente questa sensazione?
Ho avuto l’immensa fortuna di conoscere personalmente Vittorio Pagano, ma anche la sfortuna di avere in quel periodo meno di dieci anni. L’amicizia con mio padre, perduto anni fa, riveste un ruolo importante per ciò che ho cercato e cerco a ogni esecuzione di questo brano: una poesia nella quale il poeta leccese sublima mirabilmente il dolore per la perdita del padre diventa il grido di speranza, l’invocazione del finale, il canto di “può darsi che tu, fatto lampo, precipiti nella mia vita”.
Il dialogo tra pianoforte, sax e contrabbasso è molto elegante. Però in alcuni passaggi sembra volutamente trattenuto. È una forma di rispetto verso il testo o una scelta stilistica tua?
Il linguaggio sonoro e formale dell’album esprime un’intensità interiore che nasce dall’equilibrio di tutte le componenti musicali e liriche, nel pieno rispetto per l’arte di Bodini, Toma, Comi e Pagano. In particolare, la scelta timbrica del trio pianoforte, sax (Marco Chiriatti) e contrabbasso (Stefano Rielli) ha permesso di creare un mood nel quale l’espressività della parola, pur lasciando frequenti spazi alla personalità musicale di ognuno, mantenesse il ruolo guida, il soggetto che ha fatto nascere l’idea di questo album.
Dopo un lavoro così legato alla poesia del Novecento, senti il bisogno di confrontarti anche con testi contemporanei o resti ancorato a questo mondo?
Nell’immediato sono fortemente attratto dalla scrittura di Stefano Benni, in particolare modo dalle sue poesie tra ironia e profondità, tra surreale e ritmo jazz. È un’ispirazione forte e provo ad affrontare una sfida totalmente differente dalle precedenti. Penso inoltre a un linguaggio dove far coesistere sensazioni poetiche e futuristiche con sonorità elettroniche, sentieri in qualche modo già percorsi da grandi artisti, in un’apertura di espressività ancora più totalizzante.


