
Bisogna dirlo senza girarci troppo intorno: “Dipingere è amare per sempre” di Arturo Croci non è un libro per chi cerca una lettura scorrevole da affrontare in poche serate. È un volume enciclopedico, fatto di decine di pittori, sculture, viaggi e aneddoti, costruito più come un archivio di famiglia che come un’opera narrativa nel senso classico del termine. Detto questo, proprio in questa scelta sta la sua particolarità. L’autore, voce storica del giornalismo florovivaistico italiano, non cerca di romanzare la propria vita: la mette semplicemente sul tavolo, dal coma del 2005 fino ai dipinti raccolti durante i viaggi in Argentina, Olanda e Francia, lasciando che siano gli artisti stessi, citati spesso con le loro parole, a raccontare il significato delle proprie opere. C’è qualcosa, in questo accumulo quasi ossessivo di ricordi e oggetti, che ricorda certe pagine di Carlo Cassola quando si ostinava a registrare ogni minimo dettaglio del quotidiano: non tutti apprezzeranno questa scelta stilistica, e alcuni lettori troveranno il libro disperso, persino faticoso da seguire nella sua seconda metà, dove i nomi si moltiplicano a un ritmo che richiede attenzione costante. Ma chi ha pazienza trova, fra le tante pagine, momenti di autentica intensità, come il racconto del coma vissuto come una vita parallela di cinquant’anni, o la confessione dell’autore quando scrive di un dipinto comprato in giovinezza: “quel dipinto mi piaceva, si avvicinava alla mia interiorità molto più di tante altre opere”. Libro divisivo, dunque, ma proprio per questo difficile da dimenticare.


