Ci sono immagini che rimangono anche dopo l’ascolto. Il nuovo progetto artistico di Bosa, “Una lacrima al giorno”, si muove su una linea sottile tra introspezione e apertura. Non cerca effetti immediati, ma lascia sedimentare le sensazioni, costruendo un dialogo che continua anche oltre la fine del brano.

Bosa, nel ritornello ripeti “Mai più, mai più, mai più la vita”: è una frase che spiazza. Cosa rappresenta davvero in quel contesto?

È una frase estrema, e deve esserlo. Racconta un momento limite, in cui il dolore è così forte da portarti a rifiutare tutto. Ma dentro quel “mai più” c’è anche altro. Ripeterlo tre volte era quasi un modo per dirmelo da solo, per convincermi che volevo uscire da quella situazione di stallo in cui avevo perso il sorriso. Non è una resa definitiva, è una rottura. Subito dopo infatti arriva il tempo che scorre, il giorno e la notte che si alternano, come a dire che anche quando tu ti fermi, la vita continua comunque ad andare avanti. È proprio lì che nasce il processo: una lacrima al giorno.

Il tuo modo di scrivere sembra molto visivo, quasi cinematografico. Parti prima dalle immagini o dal suono?

Nel caso di “Una lacrima al giorno” è nato tutto da un’immagine molto precisa: io davanti allo specchio, in quel momento in cui non potevo più evitare il confronto. Da lì sono arrivate insieme sia le parole che la musica. È stato un flusso unico, immediato. Però è importante dirlo: questo è solo un caso. Questa canzone è nata così, ma non sempre succede allo stesso modo. In generale mi accorgo che parto spesso da qualcosa che vedo o che sento dentro, e poi cerco una forma che tenga insieme tutto. Per me musica e parole funzionano quando trovano un equilibrio, quando diventano una cosa sola.

Hai citato spesso il concetto di identità frammentata: credi che la musica possa davvero ricomporla oppure serve solo a conviverci?

Non credo che la musica ricomponga tutto. Per me è più uno spazio in cui quello che hai dentro prende forma. Non è una soluzione, ma un modo per attraversare le cose senza evitarle. Con “Una lacrima al giorno” non ho risolto il dolore, ma ho smesso di scappare. E già questo cambia tutto. Poi è chiaro: ci sono aspetti più profondi che non si risolvono con una canzone. Quelli, se necessario, vanno affrontati con chi di dovere. La musica però ti aiuta a fare il primo passo: a riconoscere quello che provi e a starci dentro in modo più consapevole.

C’è qualche artista o riferimento che ti ha accompagnato nella scrittura di questo brano?

Le influenze musicali fanno sicuramente parte del mio bagaglio, soprattutto il cantautorato italiano, e artisti come Vasco Rossi e Pino Daniele sono stati importanti nel mio percorso. Però, quando scrivo, non penso mai a un riferimento preciso. Quello che ho ascoltato negli anni viene metabolizzato, interiorizzato, e poi rielaborato in modo naturale. Le intuizioni e le idee nascono da lì, ma diventano qualcosa di mio. Non cerco di avvicinarmi a un suono o a uno stile, cerco piuttosto un modo personale di dire le cose. E nel caso di “Una lacrima al giorno”, è stato ancora più istintivo: c’era solo l’esigenza di esorcizzare il dolore, tutto il resto è arrivato dopo.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.