Gli Accasaccio continuano a costruire il loro percorso senza perdere il contatto con ciò che li ha fatti nascere. Il nuovo singolo è un tassello importante, ma anche un’occasione per guardarsi dentro. Tra passato e futuro, emergono dubbi, sogni e nuove responsabilità.

La prima immagine è quella di una comunità che si ritrova. Quanto è importante per voi l’idea di appartenenza oggi, in un’epoca così individualista?
Per noi è centrale. Siamo in un momento in cui tutto spinge verso l’individualismo, mentre noi sentiamo proprio il bisogno opposto: creare momenti in cui le persone si ritrovano davvero. La musica, soprattutto dal vivo, è uno degli ultimi spazi dove succede ancora in modo autentico. Quando vedi gente diversa cantare insieme, senza conoscersi, lì si crea qualcosa di forte. L’appartenenza per noi non è chiudersi, ma riconoscersi, anche solo per il tempo di una canzone.
La Signora Maria sembra incarnare una libertà semplice, quasi dimenticata. La musica può ancora insegnarci qualcosa su come vivere?
“Insegnare” forse è troppo. Però la musica può ricordarti delle cose che già sai e che hai perso per strada: la semplicità, il contatto, il lasciarsi andare senza dover sempre controllare tutto. La “Signora Maria” ha quella libertà lì, imperfetta ma vera. Se una canzone riesce a farti rallentare un attimo e a riportarti dentro di te o vicino agli altri, allora qualcosa lo sta facendo davvero.
Il brano funziona, ma viene voglia di qualcosa di più rischioso. State conservando la parte più sorprendente per il disco?
Ti rispondo in modo diretto: sì. Questo è un ingresso, ma il disco ha dentro più sfaccettature, anche più spinte. Ci siamo concessi più libertà, senza preoccuparci troppo di rientrare in uno schema. Non cerchiamo di sorprendere a tutti i costi, però non vogliamo nemmeno essere prevedibili. Nel disco ci siamo messi più in discussione. Ed è lì che esce la parte più vera.
Se vi guardate indietro, qual è la cosa che non avreste mai immaginato?
Che qualcosa nato così, tra jam e amici, potesse diventare così concreto. All’inizio non c’era un progetto vero, solo voglia di stare insieme e suonare. Non avremmo mai immaginato di arrivare a condividere tutto questo con così tante persone. E la cosa più forte è proprio questa: vedere che le nostre canzoni non sono più solo nostre, ma diventano anche degli altri


