lucy  di Lucia Gemma

“Pensa. Ne sei capace. Soprattutto non devi fuggire nel sonno-dimenticare i dettagli – ignorare i problemi – costruire barriere fra te e il mondo e le allegre ragazze brillanti – ti prego, pensa, svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell’amore e nell’umanità…” Sylvia Plath

E’ tardi stanotte. Ma tu cerca di capire che una donna col cuore stracciato non riesce a far altro che suicidarsi lentamente nel buio. Così facendo lascio a terra il cervello. Nell’angolo della nostra casa, nell’angolo in quella stanza sempre spenta da quando sei scappato via. Fracido del pianto che non riesco a buttarti addosso per punirti. E’ pieno di bugie e ancora non lo sa. Lascio a terra un braccio. Lo stesso che ti ha cinto la vita tante volte, mentre tu sussurravi “Amore”. Ne farò a meno, mi dico, di questo braccio. E’ come se fosse avvezzo ad un solo uso e avesse dimenticato cos’altro sarebbe in grado di fare. Stupido braccio. Stupido. Ogni notte avevi in lui il tuo compagno e lo stringevi forte. Ma eri ignaro, braccio mio, che quell’amico ti avrebbe lasciato sanguinante su una strada sconosciuta ai più. Sconosciuta a me. Lascio a terra l’altro braccio. Quello che ti prendeva i capelli e li carezzava dolcemente, mentre tu lasciavi cadere il tuo sulla mia schiena fredda. Inaccogliente. E’ così che dicevi. Mentre io ti guardavo quasi fossi uno strano sconosciuto innamorato del mio corpo. Erano i tuoi occhi a gelare la mia schiena bianca. E questo braccio s’aggrappava alla tua testa come alla vita, mentre tutt’attorno il mio corpo moriva. Lascio a terra le mie gambe, che si stringevano attorno a te per l’addio, ogni notte. E io ci credevo che non t’avrei mai più rivisto. Andavi via e io ero certa che l’indomani nessuno avrebbe bussato alla mia porta. Tre colpi e tu tornavi. Io correvo sperando che non saresti scappato per la lunga attesa. Non lo facevi mai. Il premio ambito valeva più di ogni tuono minaccioso nel cielo spento delle tue notti. Lascio a terra i miei piccoli piedi. Che ci facevi l’amore solo a guardarli. Adesso sono qui, su una sedia rotta che non vuole saperne più di mantenermi in vita. Eppure ricordo che senza di loro non avrei potuto amarti così come feci. Uno avanti l’altro ed ero da te. Oggi sono stanchi e consumati su una strada senza riparo, piena di crepe pronte ad accoglierli. Ci cadono dentro senza di te. Che tanto non lo sai nemmeno quanto faccia male perdere sangue così velocemente. Lascio a terra i miei lunghi capelli. Strana lieve coperta. Amavi accarezzarli con le tue dita sottili. Ore ad ore ad ammirarti amare questi capelli. Eri instancabile. E io alla stesso modo. Eravamo identici. E allora? I miei capelli non erano un manto abbastanza sicuro per i tuoi stupidi pensieri sulla vita? Cos’altro cercavi di dirmi quando ci tracciavi lunghi sentieri con le mani nei momenti più brutti della tua pseudo contemplazione del mondo? Sono tutti sulla mia testa i tuoi tortuosi percorsi. E fanno un male tremendo. Perché non hanno mai fine. Come tutte le tue aspirazioni. Ci morirai dietro, te lo dicevo, ci morirai dietro queste aspirazioni che non hanno nulla in comune col mondo in cui vivi. Ma tu eri un pazzo al guinzaglio di pensieri spettinati e senza regole. E io ti lasciavo fare. Era così bello amarti così. Lascio a terra le mie orecchie. Che hanno udito tutto il tuo amore. Dicevi ti amo senza accusare dolori nel petto per la falsità e la menzogna che ti stavano impastando la bocca. Esse odono ancora le mie lacrime nel turbine infinito di questo stupido dolore che non mi si stacca di dosso e finirà con l’ammazzarmi. Ma tu che ne sai… Sapevi adornarle con le perle pregiate del Giappone. Piene di tutte le sfumature di quell’amore che tu non riuscivi a darmi. Ogni tuo viaggio era carico di regali per colmare il mio vuoto che tanto non voleva nient’altro che i tuoi baci. Ma tu che ne sai… Un piccolo uomo come te non può capire il mio strazio. Ancora sento le tue parole sussurrate nel mio orecchio. Sono un’eco spaventata. Avrei dovute proteggerlo dalle tue menzogne che seguivano diritte la strada già fino al cuore. E lì costruivano la loro dimora. Mentre io ancora ti credevo innamorato. Lascio a terra la mia bocca. Dolce, la sposa illusa dei tuoi baci. Morbida e incandescente di te. Non riuscì mai a ferirti abbastanza. Chi non ama non può sentire il morso attorno la lingua e provare altro che non sia piacere. Chi non ama. Come te. Eppure ella all’infinito avrebbe poggiato il suo splendido calore sulla tua fronte per l’amore che a te la legava. E io con lei. Adesso ti dirò addio. E tu me lo lascerai fare perché non busserai più in tempo alla porta della mia vita. Se lo farai, sono sicura amore, sarà troppo tardi per tutti e due.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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