
“Volevo solo cucinare” è uno di quei libri che si leggono senza accorgersi davvero del perché. Non ha una struttura tradizionale, non cerca di guidare il lettore, ma lo trascina dentro una serie di esperienze che finiscono per costruire un percorso. La scrittura è immediata, quasi parlata, ma non superficiale. Anzi, proprio nella sua semplicità riesce a essere incisiva. Alcuni passaggi funzionano perché sembrano arrivare senza mediazioni, come se fossero stati scritti nello stesso momento in cui sono stati vissuti. Il rapporto con il lavoro è centrale, ma non è mai raccontato in modo eroico. Anzi, spesso è il contrario. Il lavoro è fatica, è errore, è tensione continua. Ma è anche uno spazio in cui si costruisce qualcosa, anche quando sembra impossibile. In questo senso, il libro ricorda alcune narrazioni contemporanee molto legate alla realtà, ma mantiene una voce personale. Interessante anche la dimensione interiore, che emerge senza diventare mai esplicita. Il dialogo interno restituisce una fragilità che non viene mai esibita, ma semplicemente lasciata lì, tra le righe. Il risultato è un equilibrio particolare tra durezza e umanità. Non c’è mai compiacimento, e questo rende il testo credibile. Anche i momenti più leggeri o ironici non spezzano il tono generale, ma lo accompagnano. È un libro che non cerca di spiegarsi troppo. E forse è proprio questo a renderlo interessante. Non tutto viene chiarito, non tutto viene risolto, ma tutto sembra necessario. Una lettura che non punta alla perfezione, ma alla verità. E questo, oggi, è già molto.


