Francesco Giacchi pubblica il libro “Big Bang Burpees”, disponibile su Amazon in formato KDP. Si tratta di un racconto che non ha il fine di istruire, ma di intrecciare esperienze di vita e curiosità scientifiche. Insieme all’autore, conosciamo meglio il mondo del fitness e le curiosità che si celano dietro al suo libro.

Francesco, è un piacere averti qui. Da dove nasce l’ispirazione per scrivere “Big Bang Burpees”?
Nasce dall’esigenza di raccontare cosa abbia rappresentato, e cosa rappresenti ancora oggi per me, questo esercizio. Perché negli anni intorno ai burpees è nato molto più di quanto avrei potuto immaginare: chat, amicizie, situazioni assurde, rapporti con gli allievi e naturalmente quel misto di amore e odio che accompagna ogni volta che li propongo durante una lezione. Cioè praticamente sempre. A un certo punto mi sono reso conto che quella che poteva sembrare semplicemente una mia ossessione per un esercizio era diventata qualcosa di più. Il burpee, per me, era diventato quasi il mio personale simbolo di resilienza: vai a terra e poi ti rialzi. Una dinamica semplicissima che, in fondo, racconta parecchio anche della vita. Volevo raccontare tutto quello che era nato intorno a questo movimento. Poi ho cominciato a scrivere e la situazione mi è leggermente sfuggita di mano: è diventato un fiume in piena fatto di aneddoti, allenamento, filosofia, cultura pop e persino meccanica quantistica. A quel punto ho capito che probabilmente non stavo più scrivendo soltanto un libro sui burpees.
Spiega il Burpees ai lettori che non hanno praticità con questo esercizio. Come mai è diventato un motivo di “unione”?
Il burpees è un esercizio complesso che coinvolge praticamente tutto il corpo. Nasce alla fine degli anni trenta dal lavoro del fisiologo americano Royal H. Burpee e viene poi utilizzato anche dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale come strumento per valutare l’efficienza fisica dei militari. La versione originaria era decisamente meno “cattiva” di quella che conosciamo oggi: squat, passaggio in plank, ritorno in squat e posizione eretta. Successivamente sono arrivati il push-up e il salto finale, giusto perché evidentemente qualcuno aveva deciso che non si soffriva abbastanza. Io, non so bene perché, questo movimento l’ho sempre amato. L’ho inserito nei miei allenamenti personali e poi continuamente nel mio lavoro come coach di corsi di gruppo e personal trainer. Ma il passaggio più curioso è avvenuto quando il burpees ha smesso di essere soltanto un esercizio ed è diventato una specie di linguaggio comune tra le persone che mi stavano intorno. È diventato merce di scambio, “punizione”, festeggiamento, sfida, scherzo, dimostrazione di affetto e naturalmente motivo di amore e odio nei miei confronti. Praticamente qualsiasi cosa è diventata una buona scusa per fare, far fare o condividere dei burpees. E credo di aver contagiato parecchie persone con questa mia mania. @BurpeesEveryWhere è forse l’esempio più evidente: persone in giro per il mondo fanno cinque burpees, li filmano e me li mandano oppure mi taggano sui social quasi per dirmi: “Guarda dove sono. Ho fatto i burpees anche da qui.” A quel punto capisci che non stai più parlando soltanto di un esercizio. È diventato un piccolo rito collettivo, un modo assurdo ma bellissimo per sentirsi parte della stessa storia.
Dov’è il taglio ironico all’interno del tuo libro? Come sei riuscito a bilanciare tecnicismi e passi di scrittura “più rilassati”?
In realtà all’inizio avevo immaginato una struttura molto diversa, divisa essenzialmente in due parti: una tecnica e una più ironica e narrativa. Poi, mentre raccoglievo le idee, la parte ironica ha cominciato a crescere a dismisura. Mi sono reso conto che avevo una quantità quasi imbarazzante di aneddoti, situazioni e persone da raccontare intorno ad un singolo esercizio. E già questo avrebbe dovuto farmi preoccupare. La parte tecnica, invece, era prevista fin dall’inizio e lì ho cercato volutamente un registro diverso, più rigoroso: anatomia del movimento, biomeccanica, varianti, progressioni, regressioni e applicazioni nell’allenamento. Volevo che dietro l’ironia ci fosse comunque il professionista del fitness e che quella parte fosse realmente utile a chi legge. Poi, però, da cosa nasce cosa. Ed è arrivata la filosofia. E con lei la fisica, la meccanica quantistica, la cultura pop e tutta una serie di personaggi più o meno improbabili che evidentemente affollano la mia testa pazzerella. A quel punto le due parti sono diventate tre. Non so se alla fine sia stato davvero io a bilanciare tecnicismi e scrittura più rilassata o se abbiano trovato da soli il loro equilibrio. Quello che li tiene insieme è sempre lo stesso filo conduttore: il burpees. A volte come esercizio vero e proprio, altre come pretesto per raccontare qualcosa e altre ancora come metafora di situazioni che con una palestra sembrerebbero non avere nulla a che fare. E la cosa divertente è che, qualche volta, non è neppure una metafora.
Le tue esperienze da PT e da insegnante si intrecciano costantemente? Quali sono analogie e differenze?
Negli ultimi anni la mia attività in palestra si è concentrata soprattutto sul ruolo di coach nei corsi di gruppo, mentre a scuola la mia formazione da ingegnere, ho due lauree specialistiche in ingegneria, mi ha portato all’insegnamento di materie scientifiche, in particolare matematica e fisica, per le quali ho sempre avuto una grande passione e curiosità. La cosa divertente è che questi due mondi finiscono inevitabilmente per contaminarsi. In sala corsi viene fuori continuamente la mia natura da ingegnere e da insegnante: costruisco protocolli giocando con numeri, ripetizioni, tempi e sequenze e ogni tanto qualcuno mi guarda e mi dice: “Eh, si vede che insegni matematica…” Succede anche nel rapporto con le persone. A volte mi accorgo di assumere involontariamente quell’atteggiamento un po’ da professore con gli allievi dei corsi e puntualmente arriva il commento: “Si vede che sei professore, eh!” A scuola, invece, tengo decisamente più separata la mia natura da coach. Anche se ogni tanto, davanti a un compito non fatto, può scappare la minaccia di una possibile punizione a suon di burpees. Naturalmente, per il momento, rimane una minaccia. Credo però che alla base dei due ruoli ci sia qualcosa di molto simile: in entrambi i casi non basta conoscere qualcosa, bisogna riuscire a trasmetterla. Che si tratti di spiegare un’equazione o un movimento, dall’altra parte c’è sempre una persona che deve capire, provare, sbagliare e possibilmente trovare il proprio modo di arrivarci.
Hai in mente qualche progetto per il futuro?
In realtà, dopo Big Bang Burpees, un altro progetto è già diventato realtà. Ho pubblicato Le Zie del Pilates – Piccolo Teatro Umano del Tappetino, nato ancora una volta dalla voglia di raccontare quello che succede dentro una sala corsi. Questa volta le protagoniste assolute sono le persone, quelle che affettuosamente chiamo “le Zie del Pilates”, con i loro riti, le dinamiche, le abitudini e tutte quelle piccole situazioni che chi frequenta o insegna Pilates prima o poi finisce inevitabilmente per riconoscere. Dopo tanti anni trascorsi a insegnare discipline diverse nei corsi di gruppo, incontrando persone diverse, in contesti e orari diversi, mi sono reso conto di aver accumulato una quantità enorme di osservazioni. Alcune metodiche, altre assolutamente involontarie, ma inevitabili. A un certo punto ho sentito nuovamente il bisogno di raccontarle dal mio punto di vista, attraverso aneddoti, situazioni divertenti e soprattutto le persone che rendono viva una sala corsi. Ho avuto anche la fortuna di ricevere la prefazione dal mio formatore di Pilates, che in quelle pagine ha riconosciuto dinamiche e situazioni incontrate anche da lui in tanti anni di insegnamento. Da lì è nato persino l’invito a portare questi temi all’interno di un workshop rivolto ai futuri insegnanti di Pilates. Quindi posso dire che è un progetto che mi ha già regalato parecchie soddisfazioni. Per il futuro, invece, qualcosa sta effettivamente iniziando a muoversi. Ma questa volta preferisco non raccontare troppo. È ancora un progetto in fase embrionale: sto leggendo molto, raccogliendo idee e creando collegamenti tra scienza, matematica, fisica, filosofia e vita quotidiana. Non mi sono dato una scadenza, anche perché praticamente ogni giorno compare uno spunto nuovo, una domanda o un collegamento che porta da qualche altra parte. Voglio lasciargli il tempo di capire che cosa vuole diventare. E poi… niente di strano che prima o poi il burpee possa tornare a metterci lo zampino, magari come filo conduttore o come strumento per raccontare qualcos’altro. Chissà.


