
Dopo 48 ore di speculazioni è effettivamente emersa quella che viene indicata come la ragione ufficiale della visita del direttore della CIA a Mosca: sondare la possibilità di un incontro a tre fra Trump, Putin e Zelensky. Una spiegazione che, tuttavia, non chiarisce quali sarebbero i contenuti concreti dell’eventuale negoziato sulle condizioni di pace e che, proprio per questo, solleva forse più interrogativi di quanti non ne risolva.
Perché mandare il direttore dell’intelligence americana direttamente a Mosca per comunicare poco più che l’ipotesi di un vertice? Perché non affidare la questione alla più consueta e infinitamente più rapida telefonata Trump–Putin?
Le spiegazioni possibili sono sostanzialmente due: Ratcliffe potrebbe aver ricevuto il mandato di trasmettere messaggi riservati, tali da non poter essere comunicati pubblicamente, oppure la sua presenza potrebbe avere avuto una funzione di pressione, proprio in virtù del peso simbolico e operativo che rappresenta il capo della principale struttura d’intelligence americana.
Ma, se il messaggio fosse stato realmente uno di questi due, la reazione di Mosca lascia qualche dubbio. Peskov ha ribadito che un eventuale incontro dovrebbe servire a definire la conclusione effettiva della guerra, non semplicemente a costruire un cessate il fuoco o una tregua provvisoria. In altri termini, il Cremlino sembra voler mantenere il negoziato ancorato a una soluzione definitiva del conflitto.
Da ciò si potrebbe dedurre che Ratcliffe non abbia portato a Mosca una proposta sufficientemente interessante da modificare la posizione russa e, contemporaneamente, che il Cremlino non abbia percepito nella missione americana alcun elemento tale da costringerlo a cambiare atteggiamento.
E allora siamo apparentemente di nuovo al punto di partenza.
Ma forse il significato reale della visita va cercato altrove: non tanto nelle parole scambiate a Mosca, quanto nel momento strategico nel quale queste parole vengono pronunciate.
Ed è qui che diventa decisivo guardare ciò che sta accadendo sul terreno, soprattutto nel Donbass.
Il vero problema è il Donbass
La guerra sta entrando in una fase nella quale il problema non è più soltanto quanto territorio la Russia riesca a conquistare ogni mese, ma se l’apparato difensivo ucraino nel Donetsk sia ancora in grado di mantenere coerente l’intera linea del fronte.
Il punto fondamentale è rappresentato dalla fascia fortificata che comprende Kostjantynivka, Kramatorsk e Sloviansk. È l’ultimo grande sistema difensivo urbano che separa le forze russe dal cuore del Donbass ancora controllato da Kiev. Le forze russe stanno aumentando la pressione proprio in questa direzione, mentre l’Ucraina ha recentemente rafforzato il comando e le unità destinate alla difesa di questi centri.
Questo è il punto che rischia di essere sottovalutato osservando esclusivamente la carta geografica.
La conquista di un villaggio o di qualche decina di chilometri quadrati, presa isolatamente, ha un valore limitato. Ma se la pressione russa riuscisse a trasformare le attuali penetrazioni tattiche in una rottura operativa della cintura difensiva del Donetsk, il significato sarebbe completamente diverso.
Il problema, dunque, non è semplicemente “quanto Donbass rimane all’Ucraina?”, ma “quanto a lungo può ancora funzionare il Donbass come sistema difensivo integrato?”
È una distinzione fondamentale.
L’avanzata russa non è stata finora una marcia trionfale: nel 2026 il ritmo territoriale è stato, secondo alcune analisi, persino inferiore a quello del 2025, mentre i costi umani e materiali sono rimasti elevatissimi.
La questione decisiva è ciò che accade dietro la prima linea. Pokrovsk è ormai un precedente importante: la sua perdita ha progressivamente alterato la geometria logistica e operativa del settore occidentale del Donetsk. Adesso il problema si sposta verso nord, dove la pressione russa tende a coinvolgere l’area di Kostjantynivka e, successivamente, la fascia Kramatorsk–Sloviansk.
È qui che la guerra potrebbe cambiare natura.
A – La pressione sul Donbass e il collasso progressivo della profondità difensiva
L’intensificazione dei bombardamenti russi contro Kiev, le infrastrutture ferroviarie e il sistema energetico non dovrebbe essere considerata separatamente da ciò che sta avvenendo nel Donbass.
La Russia sembra infatti perseguire una strategia sempre più integrata: pressione sul fronte terrestre e contemporanea distruzione della capacità ucraina di sostenere quel fronte.
Negli ultimi giorni Kiev è stata sottoposta a una nuova ondata di attacchi particolarmente intensa, con infrastrutture ferroviarie ed energetiche tra gli obiettivi colpiti. Il 1° settembre Reuters ha riferito del sesto giorno consecutivo di attacchi, mentre la disponibilità di intercettori Patriot viene indicata da parte ucraina come una delle principali criticità.
Il significato militare di questa campagna va oltre il semplice danneggiamento della capitale.
Una guerra di attrito dipende dalla capacità di trasferire uomini, munizioni, carburante, mezzi e sistemi di difesa lungo centinaia di chilometri. Se contemporaneamente vengono sottoposte a pressione le ferrovie, le centrali energetiche, i nodi logistici e le infrastrutture di comunicazione, la capacità di sostenere il fronte orientale diminuisce.
Ed è precisamente qui che il Donbass diventa il punto centrale dell’intera equazione.
Perché il fronte ucraino può ancora reggere una pressione enorme finché possiede profondità: riserve da spostare, brigate da ruotare, munizioni da far arrivare, sistemi antiaerei da concentrare nei settori minacciati.
Ma se questa profondità viene progressivamente consumata, la situazione cambia.
La perdita di Kostjantynivka, oppure una sua neutralizzazione come centro logistico, non significherebbe automaticamente il crollo dell’intero fronte. Ma aprirebbe una situazione molto più difficile davanti a Kramatorsk e Sloviansk.
E se anche questa cintura venisse progressivamente compromessa, il problema diventerebbe allora non più la difesa di una singola città, bensì la possibilità stessa di mantenere una linea continua nel Donetsk.
È questo il vero punto di rottura.
B – Il problema non è soltanto il numero dei soldati russi, ma la capacità ucraina di sostituire quelli perduti
Qui si inserisce la questione della possibile nuova mobilitazione russa.
Secondo le valutazioni attribuite all’intelligence ucraina, Mosca potrebbe prepararsi a richiamare nuove masse di personale, secondo uno schema simile alla mobilitazione parziale del 2022: circa 300.000 uomini in autunno e ulteriori 300.000 nei mesi successivi.
Se una simile operazione venisse effettivamente realizzata, non significherebbe necessariamente che 600.000 uomini verrebbero mandati immediatamente al fronte.
Il punto è un altro.
La Russia potrebbe costruire, nel corso di diversi mesi, una seconda massa di riserva, destinata a sostituire le perdite, alimentare le offensive esistenti e soprattutto creare nuove formazioni operative.
E qui torna il Donbass.
Non sarebbe necessariamente razionale concentrare tutta questa nuova massa nel settore già combattuto. Se l’obiettivo fosse semplicemente conquistare metro dopo metro il territorio ancora controllato dall’Ucraina nel Donetsk, il problema rimarrebbe quello già sperimentato: enorme consumo di uomini e mezzi per avanzate relativamente lente. Molto più interessante sarebbe utilizzare la nuova massa per creare una minaccia operativa completamente nuova.
Da qui le due ipotesi.
La prima sarebbe una grande offensiva verso sud, in direzione di Odessa e della Transnistria. Uno scenario strategicamente enorme, ma estremamente complesso e rischioso.
La seconda, più coerente con la logica di una guerra di logoramento, sarebbe invece l’apertura di un nuovo fronte a nord.
Chernigov, Sumy e soprattutto la direttrice verso Kharkov potrebbero diventare strumenti per costringere Kiev a disperdere ulteriormente le proprie riserve. Ed è proprio questa la chiave.
Non sarebbe necessario quindi conquistare Kiev.
Sarebbe sufficiente costringere l’Ucraina a difendere contemporaneamente il Donbass, il nord e gli altri settori sensibili del fronte.
Se già oggi le forze ucraine sono costrette a concentrare una quantità crescente di risorse per impedire che la pressione russa sulla fascia Kostjantynivka–Kramatorsk–Sloviansk produca una rottura, l’apertura di un secondo grande fronte potrebbe diventare insostenibile. La Russia non avrebbe quindi bisogno di “sfondare” direttamente il Donbass.
Potrebbe ottenere lo stesso risultato costringendo l’Ucraina a svuotarlo di riserve.
La vera posta in gioco: Kramatorsk e Sloviansk
Per questa ragione, la situazione sul terreno nel Donbass è molto più importante della semplice conquista territoriale.
Il settore Pokrovsk–Kostjantynivka rappresenta progressivamente il corridoio attraverso il quale la pressione russa può avvicinarsi alla principale cintura fortificata ucraina. La prima è capitolata dopo quasi 2 anni di scontri incessanti, con una manovara a tenaglia russa a lungo rallentata dalla efficace strategia della “Kill Zone” perpetuata dagli ucraini attraverso il massiccio uso di droni. La pressione russa sulla città è ormai tale da renderne la tenuta uno dei principali interrogativi della fase attuale del conflitto.
Kramatorsk e Sloviansk costituiscono quindi qualcosa di più di due città. I due principali baluardi della residua presenza ucraina nel Donetsk, nonché il cuore del dispositivo difensivo ucraino nell’oblast. La loro perdita non sarebbe paragonabile alla perdita di un centro abitato periferico. Significherebbe compromettere l’ultima grande profondità operativa dell’Ucraina nella regione.
Ed è precisamente per questo che Kiev sta reagendo concentrando alcuni dei propri comandanti e reparti più esperti proprio nella difesa di questo settore.
La situazione è quindi paradossale.
Da una parte la Russia continua ad avanzare, ma non abbastanza rapidamente da poter parlare semplicemente di “crollo imminente”. Dall’altra l’Ucraina continua a resistere, ma ogni arretramento nella fascia del Donetsk tende a ridurre ulteriormente la profondità del proprio sistema difensivo.
È una corsa contro il tempo.
CONCLUSIONE
Ed è qui che la missione di Ratcliffe potrebbe assumere un significato molto diverso. Washington non avrebbe necessariamente bisogno di credere che l’Ucraina stia per collassare domani.
Sarebbe sufficiente che gli strateghi americani considerassero plausibile uno scenario nel quale il sistema difensivo del Donbass perda progressivamente coesione nel corso dei prossimi mesi.
Perché una cosa è negoziare quando il fronte è ancora relativamente stabile.
Un’altra è negoziare dopo la caduta della cintura Kostjantynivka–Kramatorsk–Sloviansk.
Nel primo caso Washington può ancora tentare di ottenere un accordo relativamente equilibrato. Nel secondo, il problema è che la Russia potrebbe trovarsi in una posizione negoziale enormemente più forte.
Ecco quindi il possibile significato della missione a Mosca.
Non necessariamente Ratcliffe è andato a proporre una determinata formula di pace. Potrebbe essere andato a capire quale prezzo Mosca sarebbe disposta ad accettare prima che la situazione militare nel Donbass produca un cambiamento irreversibile dei rapporti di forza.
Perché il vero punto non è più soltanto il territorio già occupato.
È ciò che potrebbe accadere quando la linea del Donbass smetterà di essere una linea continua e diventerà una successione di sacche, corridoi e settori da difendere separatamente. Se ciò dovesse verificarsi, il problema non sarebbe più recuperare qualche città o qualche centinaio di chilometri quadrati.
Sarebbe impedire che la perdita della cintura fortificata del Donetsk inneschi una reazione a catena.
Ed è proprio qui che l’analogia con il 1918, pur essendo necessariamente imperfetta, diventa interessante: non è la perdita di una singola posizione a determinare il collasso, ma il momento nel quale un sistema ancora apparentemente funzionante perde la capacità di ricostituire la propria linea dopo ogni arretramento.
Il punto decisivo della guerra, dunque, potrebbe non essere una grande battaglia spettacolare.
Potrebbe essere molto più semplicemente il momento nel quale l’Ucraina non riuscirà più a trovare uomini, mezzi e riserve sufficienti per chiudere contemporaneamente tutte le falle che si aprono nel Donbass.
E se quel momento dovesse arrivare mentre la Russia dispone di nuove riserve addestrate e di una capacità industriale-militare ancora orientata alla prosecuzione della guerra, allora il rapporto fra i due eserciti potrebbe cambiare non linearmente, ma improvvisamente.
È probabilmente questo il rischio che Washington deve valutare oggi: non ciò che accade sul fronte del Donbass in questa settimana, ma ciò che potrebbe accadere alla struttura complessiva del fronte se la situazione attuale dovesse protrarsi per altri sei-dodici mesi.