Voglio dirlo direttamente e senza fronzoli: “Fragili Meravigliose Città” è un disco che si muove in punta di piedi. Non cerca di stupire, niente che sia trasgressivo e neanche ci prova (escludendo l’ultima traccia sia chiaro… ne parleremo)… non forza mai la mano: resta lì, dentro una dimensione quotidiana che conosciamo tutti, fatta di strade piene e solitudini ancora più piene… di suoni che al pop restituiscono anche una soluzione digitale, evocativa…

Ecco il nuovo disco di Salvario che ci regala un lavoro che potrebbe vivere anche spogliato di tutto… canzoni che così arrangiate suonano benissimo ma non danno l’impressione di essere determinate dagli arrangiamenti. Le stratificazioni elettroniche, le aperture indie-pop, i synth che ogni spesso affiorano non sono mai il centro, mai i padroni di casa… piuttosto si mostrano come un contorno delicato. Al cuore resta sempre una scrittura da cantautore, semplice e diretta, che reggerebbe senza fatica la dimensione minimalista, quella acustica di chitarra e voce ma anche una versione “futuristica” di pochissimi suoni e di minmalismo. Ci si ritrova coccolati dentro canzoni urgenti, ispirate ma non soffocate dalla frenesia della pubblicazione…

Bei dipinti anche di pop e di aperture: Irene Buselli porta una sospensione quasi eterea, mentre Anna Maria Stasi aggiunge radici che oserei dire fossatiane, la memoria e quel senso di appartenenza che lega passato e presente. Se accade questo dentro l’aperture di “Ritoro a casa”, l’introspezione è urbana e solitaria dentro “Le città senza le persone”… appunto il tema della città attraversa tutto il lavoro senza diventare mai una ridondante descrizione didascalica. Un contenitore: pieno di persone che si sfiorano senza incontrarsi, pieno di rumore che finisce per diventare silenzio. È una moltitudine che ignora se stessa. Il mare di domenica, quel gusto grigio di una giornata di sosta, di pausa, di indeterminazione: colori che mi arrivano da “Almodovar”, ne vedo la riviera quasi… e dentro questa resta l’individuo, con la sua fragilità, con la consapevolezza della propria finitezza. Non c’è denuncia esplicita, ma una presa d’atto continua, quasi rassegnata, che però non rinuncia a cercare connessioni.

Il disco si tiene su un tono coerente fino alla fine, poi cambia passo. L’ultima traccia è un fuori pista evidente: rallenta “Sciame”, si dilata, lascia entrare il trip-hop e una dimensione quasi apocalittica, sognante… mi accodo ai tanti che forse avrebbero voluto così questo disco, per intero e non solo dentro una finestra di pochissimi istanti finali. C’è tanto da dire spulciando dentro le sue mille dimensioni diverse…

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.