Lo spettacolo Spettri di Ibsen è andato in scena al Teatro Ugo Betti di Roma nello scorso gennaio con la regia di Carlo Studer. Al centro, una rilettura intensa e profondamente contemporanea di uno dei testi classici più emblematici. In questa intervista, il regista e una delle attrici, Federica Gumina, raccontano il percorso artistico e umano che ha portato alla messa in scena, soffermandosi sull’attualità dei temi affrontati – dal mal di vivere all’emancipazione femminile, dall’ipocrisia sociale al conflitto interiore – e sul lavoro svolto con gli attori per restituire tutta la forza emotiva e simbolica dell’opera. Un dialogo che svela le scelte registiche, il rapporto con i personaggi e il proprio io interiore, fino alla creazione di uno spettacolo – straordinariamente moderno – che ha saputo abbattere il concetto di quarta parete al fine di creare un’armonica immedesimazione con il pubblico.

Perché hai scelto di portare oggi a teatro Spettri di Ibsen? Quali temi volevi trasmettere al pubblico contemporaneo?
Carlo: “L’idea di portare questo testo in scena affonda le sue radici nella mia adolescenza. Mi innamorai di Spettri quando cominciai a capire che avrei voluto fare l’attore: parliamo di tanti anni fa. Da allora ho sempre mantenuto un amore viscerale per quest’opera, per il personaggio di Osvald, e, più in generale, per tutta la produzione di Ibsen. È un testo che è cresciuto con me.
Credo che Spettri sia incredibilmente attuale: pur essendo stato scritto alla fine dell’Ottocento, affronta temi che appartengono ancora alla nostra vita quotidiana. Parla del mal di vivere, dell’autodeterminazione, dell’evoluzione della donna, del conflitto tra bene e male, dell’ipocrisia sociale e familiare. Tutti questi elementi emergono con forza attraverso i personaggi e, in particolare, attraverso la figura di Helene Alving, che restituisce con parole potentissime il nostro tempo. Per questo considero Spettri un testo non solo attuale, ma profondamente moderno”.

Come hai lavorato per rendere moderno un testo così lontano nel tempo? Hai incontrato delle difficoltà?
Carlo: “Per formazione e per passione cerco sempre di attualizzare i testi classici. Ho lavorato su Shakespeare, Euripide, Pirandello e il mio obiettivo è sempre stato quello di trovare una chiave che parlasse al pubblico di oggi. Non ha senso proporre qualcosa di già visto: il teatro deve essere vivo.
In Spettri ho messo al centro la passione: il dolore materno e filiale, l’arte, la denuncia del clericalismo, la tensione morale. Ho cercato di far emergere la vera essenza di ogni personaggio in modo immersivo, creando un’ambientazione fisica e simbolica.
Lo spettacolo si apre con una scena muta: la scena e alcuni attori sono velati da un drappo nero, che poi viene sollevato, come a svelare le menzogne accumulate da questa famiglia. Ho usato pioggia, luci e suoni per creare un’atmosfera in cui il pubblico potesse sentirsi dentro la casa e, più in generale, dentro il dramma.
Il ritmo cresce lentamente, fino a un’esplosione emotiva finale: un percorso pensato per far emergere l’anima dei personaggi.”

Che tipo di rapporto hai costruito con gli attori per arrivare a questo risultato?
Carlo: “Con gli attori ho un rapporto quasi familiare. Quando entrano in un mio progetto, io li amo. Cerco di non imporre una visione rigida, ma di dare indicazioni fondamentali: il personaggio deve essere vero. La nostra è una recitazione moderna, realistica, che deve far dimenticare al pubblico di trovarsi davanti a un attore. Voglio che il personaggio resti dentro chi guarda, che lasci un segno, che parli di vita vera.”

Federica, raccontaci il tuo personaggio. Chi è Regine e come sei entrata nei suoi panni?
Federica: “Quando Carlo mi ha proposto Spettri non conoscevo questo testo, anche se conoscevo Ibsen. Regine è la cameriera della famiglia Alving e scopre nel corso della storia di essere figlia illegittima del capofamiglia. Rappresenta una condizione sociale subordinata, ma ha una forza incredibile: vuole emanciparsi, migliorare la propria vita, diventare una “signora”.
La bellezza di Ibsen è che i personaggi sono già scritti nel modo in cui parlano: ogni battuta rivela il loro carattere. Regine non accetta passivamente la sua condizione. Studia il francese, sogna Parigi, sogna una vita diversa. Quando capisce che nessuno degli uomini intorno a lei la rispetta davvero, sceglie di andarsene, di prendere in mano la propria vita. È una scelta coraggiosa, moderna, profondamente femminile.”

Cosa hai messo di tuo in questo personaggio?
Federica: “Mi sento molto vicina al suo desiderio di autonomia. Anche io credo che la cosa più importante sia poter scegliere la propria vita, anche sbagliando. Regine incarna questa libertà: dice “no”, si ribella, decide. È questo che ho sentito più mio.”

Qual è stata la risposta del pubblico e cosa vi portate a casa da questa esperienza? Avete in programma di riproporre lo spettacolo?
Federica: “Io mi porto dietro la forza di Regine: la sua energia, la sua capacità di reagire, di non lasciarsi schiacciare dal passato. È un personaggio che resta addosso.”
Carlo: “La risposta del pubblico ha superato ogni aspettativa. Le persone erano profondamente coinvolte, ci dicevano che le due ore di spettacolo erano volate via. Questo è stato possibile grazie all’armonia che si è creata tra noi. È stato uno straordinario lavoro umano, oltre che artistico.
Personalmente, interpretando anche il personaggio di Osvald, protagonista e fulcro di tutta la vicenda – e per un attore è un privilegio poter incarnare un personaggio di tale forza -, mi porto dietro un personaggio che mi ha sconvolto ed entusiasmato: il suo tormento, la sua angoscia, il suo rapporto viscerale con la madre sono temi di una modernità impressionante. Oggi parleremmo del tema della depressione, ma Ibsen lo aveva già scritto con una lucidità incredibile. Speriamo davvero di poter riproporre lo spettacolo e portarlo in giro per l’Italia. È un lavoro che non vogliamo lasciare nel cassetto: ha ancora tanto da dire e trasmettere.”