“Collezione di arretrati” è il titolo di questo esordio che andiamo a sfogliare con cura. AdriaCo ovverosia Adriano Meliffi, sembra un poco fare il “verso” a certe dinamiche vocali di Ivan Graziani, sembra poi agganciarsi a certe delicatezze d’autore che un poco rimandano alla moderna canzone d’autore napoletana (e rivedo Gnut per certi versi). Una produzione che da molte parti definiscono pulita e puntuale. AdriaCo è al primo lavoro che comunque sembra venir da un tempo lontano, maturato e sofferto nei cassetti, esploso poi per vie che trovano la quiete di un disco. È così che il viaggio ha inizio.

Perché Adriano Meliffi diventa AdriaCo? E perché scritto in questo modo?
È stato un percorso lungo, da Acco, ad ACO, poi ACo e infine AdriaCo. Un percorso nel quale trovare la propria dimensione come artista e come essere umano. Tutto nacque durante un’estate da bambino, in una vacanza WWF strinsi forti amicizie con il gruppo e tutti ci chiamavano con soprannomi. Il mio era Acchino. Il motivo non è nemmeno rilevante ma la cosa importante è che quell’estate mi sentii accolto per quello che ero. Potevo parlare delle storie che inventavo, ballare la pizzica e la taranta in piazza, fare lo scemo, parlare dei miei sogni in musica. Ero un bambino felicissimo e quel senso di condivisione volevo portarlo per sempre con me. Così quando iniziai a scrivere le prime canzoni, l’anno seguente, usai il nome Acco. Nel tempo divenne ACo che significava Adriano&Co con la C che è un po’ come un paio di grandi braccia che abbracciano il mondo. È stato il mio “slogan” per tantissimo tempo. Ma con l’uscita dell'(N) il nome si è indissolubilmente legato alla dimensione di band, di corpo a più teste, che è stato centrale in tutto il periodo di formazione Saint Louis. Così quando mi sono ritrovato da solo e con l’idea di un nuovo disco, ho capito che era giunta l’ora di dare più spazio ad Adriano nell’equazione e quindi ACo e diventato AdriaCo, mantenendo l’idea del Co che è company ma anche abbraccio verso il mondo.
Da una parte l’intensità di vita, dall’altra la leggerezza di certi disegni… un contrasto forte… perché?
I disegni nelle grafiche di copertina? Quello è merito di Matteo Lucibello, bravissimo artista, che conoscevo da anni e di cui ammiravo i lavori. Alla fine questo disco è un po’ un modo per mettere in pubblica piazza i miei mostri interiori, quindi è venuta l’idea di un inventario grottesco, colorato e giocoso, perché a differenza del mio vecchio EP che rivelava i colori solo all’interno, Collezione di Arretrati mostra subito tutti i colori dell’anima, diretto ed estroverso. Matteo ci ha messo del suo: il disco per lui richiamava temi dell’infanzia, i rapporti familiari, ma c’è anche una dimensione inquietante e appunto deforme, mostruosa. E quindi ha pensato a questo design da cartone animato vintage. Io adoro le sue copertine e tutti i loro sviluppi, le animazioni che ho affidato ai ragazzi del Rossellini e che potete vedere nei video di Dire, Un’Altra Favola e proiettate in sala nelle riprese di Mercato. E… nuove sorprese in arrivo, ma non voglio spoilerare troppo.
Tutti noi collezioniamo arretrati… i tuoi? Che fine hanno fatto poi oggi?
Il fatto che tutti collezioniamo arretrati è quello che mi ha spinto in via definitiva a fare questo disco, pensare che al di là della mia esperienza personale potesse parlare anche ad altre persone. I miei arretrati… alcuni sono in via di risoluzione. Altri aspettano ancora il momento giusto. La conquista più grande è stata riprendere in mano una storia che ho in mente da quando ero bambino e che avevo iniziato a scrivere ma poi abbandonata, quel “mio romanzo” che menziono in Dall’Altra Parte del Mare. Finalmente ho ricominciato a scriverlo. Poi ci sono anche tante cose che di impara a lasciar andare, il desiderio di successo, di portare a termine una serie di progetti… Si fanno delle scelte, non è più tempo per portare avanti senza scegliere, come canto in Dire. Alcuni arretrati meritano di essere portati avanti, altri li osservo, mi dico “ma mi interessa davvero farla questa cosa?” e a volte la risposta è no.
E che siano anche le ombre di quello che siamo a dover essere riprese, illuminate? Il suono solare e spesso aperto denso di aria, mi fa pensare proprio a questo…
Assolutamente d’accordo, le ombre sono parte di noi. Lo dico chiaramente in Cicatrici ed è chiaro nella scelta di inserire canzoni come Incubo o I Pesci Non Possono Volare. Le nostre parti più oscure sono comunque degne di essere amate, in primis da noi stessi. Amate e trasformate in luce, non saranno mai produttive, efficienti, al passo coi tempi, ma sono parte di ciò che siamo. Pilastri su cui spesso poggia tutta la nostra struttura.


