Torniamo al 16 maggio 2025, data in cui si rende disponibile “A piedi nudi”, il nuovo album dei Nigra, trio calabrese che unisce rock ed elettronica in un racconto di radici, lotta e speranza. Politico, decisamente sociale e umano, dove la terra diviene centralità di comunione e uguaglianza. Non un semplice rock d’autore ma anche una scrittura densa di significati quotidiani, come a rendere concreto un modo che renda di tutti. Mille i piani di lettura dentro questo suono inciso sotto la direzione artistica di Daniele grasso: io scelgo l’uomo e la sua esistenza che non ha religione, colore e geografia. In copertina un deserto come monito, sempre nella mia lettura, di ciò che sta diventando la nostra normalità.

Le sonorità mediterranee attraversano tutto il disco, ma si intrecciano con suggestioni rock ed elettroacustiche. Sembra un equilibrio strano da mantenere perché in effetti il vostro risultato sembra avere un’identità tutta sua. Che ricerca e lavoro avete fatto?
Hai colto perfettamente il cuore del nostro processo creativo. Per noi l’identità sonora nasce proprio dall’incontro, a volte anche un po’ conflittuale, tra ciò che siamo per origine e ciò che scegliamo di diventare. Le sonorità mediterranee sono il nostro respiro naturale: le portiamo dentro, nei ritmi, nei colori, nei silenzi. Ma ci interessava spingerci oltre la tradizione, contaminarla senza snaturarla. Così abbiamo cercato un dialogo tra strumenti acustici e suoni più ruvidi, più elettrici. È stato un lavoro di cesello, di sottrazione a volte. Non volevamo mai fare la somma delle cose, ma trovare una voce che fosse davvero la nostra. Se oggi il risultato ha un’identità, è perché ci abbiamo messo dentro verità.
In “Il mio modo” emerge la solitudine dell’artista di fronte alla notte e ai propri limiti. Un tratto autobiografico in qualche modo?
Assolutamente sì. “Il mio modo” è una canzone che nasce da uno di quei momenti in cui ti guardi allo specchio e non ti racconti più storie. È quella solitudine creativa che tutti vivono, ma che nell’arte diventa anche una possibilità: per capirsi, per sbagliare, per restare umani. Il testo parla di quel limite che ti separa da ciò che vorresti essere e da ciò che sei davvero, e che a volte solo la notte ti costringe a vedere. Non è un brano rassegnato, però. È il nostro modo di dirci che va bene così: anche con i vuoti, anche con le paure.
E secondo me ha senso dire che un disco simile ha sicuramente una potenza diversa, maggiore, forse più vera se portato dal vivo… sbaglio?
No, non sbagli per niente. Dal vivo tutto cambia. I brani si spogliano delle sovrastrutture e si riempiono dell’energia delle persone. Ogni concerto è un rito, una condivisione che ci permette di riscoprire anche noi stessi dentro le canzoni. “A piedi nudi” è nato proprio con questa idea: essere vissuto, più che solo ascoltato. E poi, certe vibrazioni del tamburo, certe dinamiche del silenzio tra le note… le puoi davvero sentire solo lì, in mezzo alla gente, con i piedi sulla terra e gli occhi che si cercano.
E a tal proposito, avete portato la vostra musica anche fuori dall’Italia, fino al Sud America. Cosa avete imparato da quel contatto con culture tanto diverse eppure così affini?
È stata un’esperienza fortissima. Andare in Sud America ci ha confermato quanto le radici, anche se geograficamente lontane, abbiano qualcosa in comune. La terra, il mare, il senso della festa, la malinconia… sono emozioni che non hanno passaporto. Ci siamo sentiti accolti, riconosciuti. E allo stesso tempo abbiamo capito quanto la musica possa unire: è come se lì la nostra lingua fosse diventata anche la loro. Abbiamo portato la nostra storia e ne siamo tornati con mille altre addosso. È il bello dell’incontro.
Se doveste descrivere “A piedi nudi” con un’unica parola che non esista ancora nel vocabolario, quale inventereste per raccontarlo?
La chiameremmo “Scalvivo”.
Scalzo e vivo, insieme.
È l’istinto di chi cammina senza difese, ma con tutto il sangue in circolo. Di chi sente ogni passo, ogni spina, ogni crepa nella strada — eppure non si ferma. “A piedi nudi” è questo per noi: un modo di stare al mondo con la pelle esposta e l’anima accesa. Non per eroismo, ma per necessità. Scalvivo è cadere e rialzarsi. Sentire tutto. E non smettere di andare.


