La nuova fase artistica del duo parte da un punto di rottura: la colonna sonora di un’identità in crisi. Rileggere Zimmer significa anche rileggere se stessi. Con questa traccia i torinesi confermano la vocazione a fondere cinema e musica in un unico, potente linguaggio emotivo.

Hans Zimmer è un gigante della musica da film. Come si affronta l’idea di reinterpretarlo senza timore reverenziale?

La base che ci ha dato la possibilità di affrontare le musiche di Zimmer sono state la semplicità e l’umiltà. Indipendentemente dal fatto che sia un compositore come Zimmer, non si può pensare di fare meglio di chi ha scritto originariamente il brano, pertanto ci siamo immaginati quali arrangiamenti avremmo fatto noi, e da lì le cose hanno preso forma.

Avete dichiarato che “Dark Phoenix” segna un momento di passaggio. Possiamo aspettarci un cambio di rotta nel vostro sound?

Se con il passato disco “THE SOUNDS OF A LARGE CROWD” abbiamo iniziato ad integrare la parte suonata con una parte orchestrale a sostegno delle chitarre, quasi come fossero delle voci, Dark Phoenix ci ha fatto fare un cambio di scrittura, dove l’armonia principale guida tutti gli strumenti. In questo modo il sound che ne esce risulta più completo e avvolgente, aggiungendo sfumature per le quali prima non avevamo i mezzi per realizzarle.

Che importanza ha l’aspetto visivo e cinematografico nella vostra costruzione musicale?

Dopo questa produzione, ci siamo resi conto che non sarà più possibile scindere dalla musica le immagini. Da parte nostra si rafforza ulteriormente la voglia di evocare immagini e sensazioni in cui l’ascoltatore può immergersi.

Nel mondo della musica digitale e veloce, pensate che ci sia ancora spazio per composizioni lente, intense e strumentali?

Nel mondo di oggi, riscontriamo 2 tipi di discografie/produzioni musicali: da una parte ci sono quelle veloci che hanno necessità di essere comprese immediatamente e fare il “boom” in pochi mesi per poi concentrarsi su qualcos’altro; dall’altra parte ci sono le produzioni che necessitano di essere ascoltate più volte, comprese e scoperte piano piano. Quest’ultime hanno decisamente meno spazio a livello di distribuzione, ma sono anche quelle che dopo anni riescono a rievocare momenti, posti, luoghi che si erano assopiti nella memoria.

Come nasce una vostra reinterpretazione: parte dall’emozione, dalla struttura o da un’immagine mentale?

Molto nasce dall’ispirazione del momento, perchè ci capita davanti un’immagine o un video che ci comunica qualcosa e che quindi ci propone l’idea con cui iniziare il brano. La base armonica su cui appoggiarci diventa un po’la regola da seguire e tutti gli arrangiamenti si susseguono in base all’intenzione che vogliamo dare alle varie parti del brano.

Avete già in mente il prossimo brano da reinterpretare o seguite solo l’ispirazione del momento?

Mentre la nostra passata produzione, MOMBASA (brano della colonna sonora di Inception), è nata da una scommessa con noi stessi per relazionarci con il mondo delle colonne sonore, Dark Phoenix nasce già facente parte di un progetto più ampio. Il disco su cui stiamo lavorando sarà strutturato come uno spettacolo teatrale diviso in 2 atti, nei quali vogliamo dare voce a una storia, reinterpretando i brani di Hans Zimmer, partendo dai supereroi, fino ad arrivare all’uomo che diventa creatore del proprio destino.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.