In bilico tra il reale e l’onirico, tra la crudezza urbana e il rito trascendente, i BIORISK costruiscono un mondo dove ogni suono è simbolo e ogni parola è rischio. A partire da un riff in una cascina, passando per palchi condivisi con i Finley e festival indipendenti, il cammino si è fatto sempre più nitido. “Fuori dai margini“ si presenta come un viaggio senza filtri nel caos del presente, dove le “cattive news” bruciano e “le porte della chiave d’argento” si aprono su altre dimensioni. Una contaminazione inevitabile, sonora e mentale.

C’è un senso di urgenza, quasi viscerale, nella vostra musica. È qualcosa che vi viene naturale, o c’è un lavoro dietro per mantenere viva questa intensità?
Fa parte del nostro modo di essere, istintivi, irrazionali ma al contempo pragmatici. Questo ci rende i Biorisk.
La combinazione tra groove rap e sezioni strumentali ricercate è insolita. È un tentativo di far dialogare corpo e mente, istinto e ragione?
Esatto. L’uomo ha mille sfaccettature ed è costantemente in lotta con sé stesso prima che con gli altri. Noi cerchiamo di dare libero sfogo anche alla parte più incoerente ed irrazionale dell’essere
La provincia è spesso vista come un luogo di confine. I luoghi scrivono il suono? Per voi è successo?
Noi pensiamo che il luogo non sia altro che una convezione da cui prendere ispirazione, ciò che conta è la comunità di intendi e di spirito
Guardando avanti, pensate che continuerete a spingere ancora più in là i limiti del vostro suono, o sentite il bisogno di consolidare la storia scritta sino ad ora?
Non abbiamo limiti, vogliamo fare esplodere la nostra creatività e lasciare un segno indelebile


