Interessante questo moniker che lega a se Matteo Bosco e Valeria Molina: Bande rumorose in A1. Interessante anche il suono consumato, distopico, desertico, da un blues non antico ma sicuramente verace. Si intitola “Gli inquilini del sottoscala” questo esordio che non mi arriva facile al primo ascolto ma che poi cresce piano piano, si amplifica e regala visioni. Ci si consuma dentro nel ritrovare scene di vita vissuta e visioni che sfuggono alla distrazione del tempo moderno. Non è un disco moderno…

Cos’è per voi il sottoscala? Penso ai bassifondi degli ultimi
Il “sottoscala” è il posto in cui riponiamo tutte le persone (e le cose) con cui viviamo, con cui siamo costretti a vivere, ma che non vogliamo vedere, non vogliamo ascoltare. Non lo vogliamo fare perché quello che dicono o rappresentano comporta fatica, sofferenza, presa di posizione, dubbio.
Non solo, il sottoscala è anche il luogo in cui noi ci nascondiamo, quando essere “presenti” non ci conviene, ha delle conseguenze che non vogliamo affrontare. È verto: il sottoscala è per gli “ultimi”, ma anche (o soprattutto) per chi agli “ultimi” non ci vuole pensare.
Ma questo disco ha una dimensione decisamente più personale che collettiva, non è vero?
Fortemente personale, è un disco di sensazioni e di emozioni. Non è una “manuale” che vuole indicare quello che non va, è una “pagina di diario” in cui ho scritto quello che mi tocca da vicino, quello per cui non ho soluzioni e, forse, non ben chiara nemmeno la problematica nella sua totalità.
È chiara l’emozione, meno la “spiegazione”.
Quanto spazio, quanto deserto, quanta desolazione… tempo arido… da dove nasce? Che luogo è tutto questo?
La desolazione è quella del pensiero che, alimentato dalle immagini, non trova una soluzione. Il pensiero spazia e fa domande, ma poi, inevitabilmente, ritorna alle immagini di sofferenza che lo hanno alimentato. In questo senso, l’unica possibilità di colmare lo “spazio” vuoto, è il dialogo, l’ascolto. Mi piacerebbe che questo disco venisse ascoltato come si ascolta un interlocutore a cui si vuole rispondere, a cui si vogliono porre altre domande, non per cercare una via d’uscita ma per non camminare da soli.
E qui cito “Thomas Sankara” e penso subito a Vasco Brondi, per restare sul tema… è una radici, volendo?
Sicuramente è uno dei brani che amo di più, amo farlo live e amo pensare alla persona a cui è dedicato. Thomas Sankara è stato più di un capo di stato, è stata la prova che l’idea e il sogno posso realmente cambiare le cose, non solo: Sankara ci ha fatto scoprire che idee e sogni possono cambiare le menti. Come ricorda Silvestro Montanaro, una grande giornalista purtroppo scomparso, Thomas Sankara è un sorriso in risposta alla violenza, alla prepotenza, alla sicurezza di un potere, apparentemente, inattaccabile. Vasco Brondi è un artista che ho molto apprezzato, è riuscito a creare qualcosa di nuovo ed è riuscito a farlo concentrandosi sulle “emozioni” e non sul metodo più efficace per “imporle”, cosa che vedo fare.
E degli “inquilini” di questo disco? Perché non siete da soli tu e Valeria. Come si scelgono gli inquilini per dividere casa?
Per realizzare il disco non potevamo scegliere inquilini migliori: poteva succedere di tutto. Ci siamo chiusi in una cascina senza mai esserci visti prima, e per una settimana ci siamo divertiti, abbiamo fatto musica, abbiamo parlato. Con Davide Tosches e Luca Swanz abbiamo condiviso tutto, anche il “sottoscala” e credo che nel disco questo rapporto sia presente: nei suoni, nelle parole. L’inquilino perfetto? Posso parlare per me: quello in grado di distogliermi dalle mie pianificazioni maniacali, se qualcuno mi incuriosisce al punto tale da non farmi rispettare il “programma”, è perfetto e ne viene fuori sempre qualcosa di buono.
Avete pensato ad un video? Questo suono lo pretende…
Dopo il video di “Nuvole rosse”, esperienza fantastica, sicuramente ci rimetteremo alla prova, proprio con “Thomas Sankara”. Il solo discuterne ci sta prendendo le ore. Ti posso anticipare solo che, come sempre, ci divertiremo.


