Con “Coming Out”, Beatrice Campagna ci accompagna in un racconto visivo di struggente bellezza. Tra ricordi di un amore finito e il ritmo vivace della vita al Pride, il cortometraggio dipinge con coraggio sentimenti universali e identità uniche.

Beatrice, è un piacere averti qui. Che emozioni hai provato quando hai saputo di aver vinto il Premio del Pubblico per il nuovo cortometraggio “Coming Out?

Quello del pubblico, ad essere sincera, è forse il premio che preferisco. Il cinema serve a generare empatia e quando raccontiamo una storia speriamo sempre che venga recepita, ma non possiamo dare per scontato che questo avverrà. Quando viene “certificato” in qualche modo che tra l’opera e gli spettatori sia nato un legame, anche piccolo, è lì che si manifesta la vera magia del cinema.

Sei vicina alle istanze della comunità LGBT+? Ritieni sia opportuno sensibilizzare il pubblico sui temi che hai trattato nel corto?

Io sono sì molto vicina alle istanze della comunità LGBTQ+. Ma a dire la verità, nel corto, non mi sono concentrata molto sull’aspetto “politico”: ho scelto di raccontare la storia personale di un’imprenditrice e la sua ex compagna, che è anche la madre di suo figlio. Quindi le tematiche LGBTQ+ entrano nella storia un po’ di conseguenza, non sono il punto di partenza: mi interessava raccontare il modo in cui ci si lascia con dei figli di mezzo, la necessità di fa funzionare le cose e di volersi ancora bene. Questi temi sono comuni a nuclei familiari di qualunque genere: ho puntato sulla possibilità che chiunque potesse identificarsi nella storia raccontata, perché “normalizzare” questi temi mi sembrava molto più forte, e più utile, che sottolinearli.

Il locale in cui hai ambientato la storia esiste veramente. Credi che questo sia un semplice luogo in cui trascorrere del tempo in compagnia o c’è molto di più? Come hai scelto l’ambientazione?

La voglia di girare questo corto e la scelta dell’ambientazione nascono dalla mia personale amicizia con Annalisa Scarnera, la proprietaria del locale che dà il titolo al corto. Il Coming Out non è solo un semplice luogo di ritrovo, ma ha avuto negli anni una funzione sociale, essendo un “porto sicuro” e una cassa di risonanza per la comunità LGBTQ+.

Per il pubblico più attento, è facile empatizzare con le vicende narrate. Come sei riuscita ad ottenere questo straordinario effetto?

Come dicevo poco prima, ho voluto semplicemente raccontare una storia d’amore che finisce (con un bambino nel mezzo) come ce ne sono tante. Non mi sono davvero mai soffermata sul fatto che ci fossero due mamme invece che un padre e una madre, non era un dato rilevante per me, e credo che questo consenta a tutti di empatizzare con le vicende raccontate.

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Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

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