di Luca Marrone
Trieste. La famiglia di Liliana Resinovich ha presentato opposizione all’archiviazione del caso, rubricato come suicidio dalla Procura. La donna, scomparsa il 14 dicembre 2021, era stata rivenuta senza vita il 5 gennaio 2022, nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste.
A quanto riporta il Giornale, sulle conclusioni cui gli inquirenti sono approdati circa la causa della morte della donna, avrebbero inciso in modo significativo le immagini acquisite dalle telecamere di sorveglianza della città, che sembrerebbero aver seguito parte del percorso effettuato dalla Resinovich il giorno della scomparsa. Solo alla conclusione delle indagini, la famiglia della donna, che ne aveva sempre fatto richiesta, ha potuto finalmente visionare tali riprese. “Che fosse lei, adesso ho visto e sono sicuro che è lei”, ha dichiarato a Chi l’ha visto? il fratello di Liliana, Sergio Resinovich. “Però non quell’immagine vista in piazzale Gioberti, secondo me quella non è riconoscibile, mentre in via Damiano Chiesa sì.” Nelle immagini in piazzale Gioberti, ha aggiunto, “come cammina, non mi sembra lei.”
Ma il mistero non rimane circoscritto alle immagini considerate. I reperti acquisiti in sede di indagine sembrano alimentare i dubbi anziché diradarli. I sacchetti di plastica che avvolgevano il corpo di Liliana al momento del ritrovamento non presentano impronte digitali, analogamente a una bottiglia di plastica rinvenuta nella borsa della donna.
Il consulente Nicola Caprioli ha spiegato a Chi l’ha visto? che la bottiglia conteneva “semplice acqua”, il che contrasterebbe con il fatto che, a detta di Sergio, Liliana non era solita portare con sé dell’acqua quando usciva. “È stata effettuata una ricerca di impronte papillari”, ha aggiunto Caprioli, “per vedere se si potevano rilevare delle impronte riferibili a Liliana o ad altre persone con esito negativo. Non solo non sono state rilevate impronte utili alla comparazione, ma non sono assolutamente presenti frammenti di natura papillare, cioè non ci sono contatti.” Ulteriore elemento idoneo ad alimentare dubbi: “Sul beccuccio [della bottiglia] non c’è il Dna di Liliana”, riferisce ancora Caprioli, “è stato rilevato del Dna, che non è stato attribuito a nessuno.”
“Ci sono tracce di Dna sul collo e sul lato esterno. Non ci sono tracce di Liliana”, conferma la genetista forense Marina Baldi. “L’unica spiegazione è che la bottiglia non sia la sua.”
Per quanto riguarda l’assenza di impronte sui sacchi neri che avvolgevano il corpo e la testa della donna, continua Caprioli: “Non ci sono neanche contatti minimali.” Il che risulta sorprendente, anche in considerazione del fatto che, la mattina della scomparsa, Liliana non indossava guanti di alcun tipo, come del resto rilevato dalle telecamere. “Quello che fa effetto sono le assenze”, considera quindi Marina Baldi.
L’unica traccia presente sui sacchi neri sembrerebbe quella di un guanto in tessuto, rilevata insieme alla presenza di un cordino legato con un nodo lasco intorno al collo di Liliana. Baldi ha chiarito che quel cordino è “contaminato come accade a tutto ciò che viene a contatto con un corpo in decomposizione.” L’oggetto non è stato infatti repertato separatamente rispetto al corpo della donna. “Se fosse stato sfilato prima”, aggiunge la genetista, “forse avremmo avuto qualche allele in più su cui lavorare.”
Il cordino ha infatti rivelato tracce di Dna maschile, in quantità troppo esigue per rivelarsi utili a fini identificativi se non per esclusione: non risultano riconducibili al marito di Liliana, Sebastiano Visintin, al sedicente amante della donna, Claudio Sterpin e al vicino di casa Salvo. “Io sarei del parere che bisognerebbe allargare un pochino il ventaglio di persone che erano intorno a Liliana, che potrebbero avere informazioni su quello che è successo”, conclude Marina Baldi.