di Luca Marrone
Roma. Si profila l’ombra di un serial killer dietro agli omicidi avvenuti nel quartiere Prati, a poca distanza dal tribunale di piazzale Clodio?
A perdere la vita, due donne asiatiche sulla quarantina, con ogni probabilità cittadine cinesi, e una cittadina colombiana. “Correte c’è una persona in una pozza di sangue sul pianerottolo”, questa la drammatica telefonata alla polizia fatta, verso le 10,50 del 17 novembre, dal portiere di palazzo di via Augusto Riboty n. 28.
Pochi minuti e alcune volanti della polizia sono arrivate in loco. Sul ballatoio del secondo piano, il cadavere di una donna, completamente nuda, in una pozza di sangue. Gli agenti sono entrati nell’appartamento, che a detta di alcuni testimoni, era adibito a casa d’appuntamenti. All’interno, il corpo di una seconda vittima. Il fatto che il cadavere di una delle due sia stato trovato sul pianerottolo legittima l’ipotesi che abbia cercato fuggire dalla furia dell’omicida.
La squadra mobile ha subito avviato le indagini, ascoltando condomini e testimoni, a cominciare dal portiere, mentre la scientifica procedeva a effettuare i necessari rilievi. L’appartamento è risultato in disordine, l’omicida non ha agito con freddezza, a quanto sembra sarebbero state individuate numerose tracce e impronte potenzialmente utili dal punto di vista investigativo. A colpire l’attenzione, il fatto che nel palazzo nessuno avrebbe udito grida. Tra i presenti, anche un traslocatore che, insieme a un collega, stava caricando un frigorifero in ascensore: “Non ho visto e sentito nulla”, ha dichiarato. “Siamo saliti a piedi e scesi con l’ascensore. Sarà successo in quei minuti. Sicuramente non abbiamo sentito nessuno sparo.” Le donne risultano, in ogni caso, essere state uccise con un’arma da taglio, colpite ripetutamente e con rabbia.
“Le due donne”, spiega l’inquilino impegnato nel trasloco, “sono state uccise tra le 10.30 e le 11. Lo so per certo perché mi hanno portato la cucina e ho salito le scale a piedi fino al nono piano, dove si trova l’appartamento in cui mi sto trasferendo. Non ho preso l’ascensore perché era occupato, sono quindi anche passato davanti all’abitazione delle due vittime ed era tutto tranquillo alle 10.30. Alle 11, mentre ero in casa, mi ha chiamato il portiere per dirmi che c’era stato un omicidio e non potevo uscire perché una delle vittime era sul pianerottolo. Ci sono rimasto 3 ore e mezza, quando poi la polizia mi ha fatto andare in questura a testimoniare.”
Verso le 13, al numero di emergenza del 112 è giunta la telefonata di una donna che segnalava la presenza di un cadavere in un seminterrato di via Durazzo n. 38. In linea d’aria, circa 600 metri dal palazzo di via Riboty: nell’appartamento gli investigatori hanno rinvenuto il cadavere di Marta Castano Torres, in arte Yessenia, 65 anni, di nazionalità colombiana, anche lei prostituta. Il corpo era riverso nel letto. A dare l’allarme, la sorella transgender della vittima, trovatasi davanti alla macabra scena dopo aver aperto la porta dell’appartamento al seminterrato. Sul corpo della Torres, anche in questo caso, ferite da arma da taglio, alla gola e al torace. Questa volta, però, la scena sarebbe risultata in ordine, priva delle tracce della furia incontrollata registrate nella prima scena del crimine. Le modalità operative del delitto, comunque, sono state subito messe in correlazione con gli omicidi delle donne cinesi, prospettando lo scenario che le tre morti possano essere collegate e che l’omicida sia il medesimo.
Coordinati dalla Procura di Roma, gli investigatori hanno fatto scattare gli accertamenti tecnici sui cellulari delle tre vittime: l’analisi dei tabulati telefonici mira ricostruite i contatti avuti dalle vittime nelle ultime ore. A quanto riferisce la sorella, sembra che, la mattina, la Torres dovesse incontrare un cliente. Risposte potrebbero poi giungere anche dalle numerose telecamere di sicurezza presenti nella zona, che ci si augura abbiano immortalato il killer.
Il triplice omicidio sembra aver sconvolto un intero quartiere. “Marta era tranquillissima, la incontravo quando andava a fare la spesa”, riferisce una residente. La donna, così come altri abitanti della zona, sostiene di non essersi mai accorta che avvenisse qualcosa di strano nel seminterrato. Poi, però, precisa: “C’erano tanti piccoli segnali, c’era un giro di affitti strani, cartelli di massaggi vicino al lampione. Avevano danneggiato anche il citofono.”
Nei pressi di via Riboty e di via Durazzo, numerosi i curiosi che hanno assistito alle attività delle forze dell’ordine. “Io abito qui da trent’anni ma non è mai successo niente”, dichiara una ragazza che vive nel palazzo accanto alla palazzina gialla in cui è stato rinvenuto il cadavere della donna colombiana. “Soltanto qualche furto di biciclette, ma mai una cosa del genere, siamo sconvolti”. “Mi stupisce che tutti si sorprendano che a Prati ci sia questo mercato, è il servizio del piacere”, dichiara invece qualcuno a proposito della casa d’appuntamenti di via Riboty. “Gli stessi che vanno dall’avvocato, dal commercialista o dal notaio vanno dalle cinesi. Si sa, sono questi i punti che vengono cercati per questo tipo di servizi. I condomini lo sanno.”
In ogni caso, attendiamo che gli sviluppi delle indagini confermino o meno la tesi secondo cui nel quartiere Prati si aggiri un omicida seriale o, secondo una definizione che sembrerebbe adattarsi maggiormente al caso di specie, uno spree killer, o omicida compulsivo.
