Sei la tristezza a cui non so rinunciare, il mio dolore piacevole e personale, uno stabile contrattempo con la vita che è finita e che non mi lascia andare.
Hai la faccia stropicciata dal viaggio quando ti scopro a venirmi incontro, cammini tra mille teste informi e tutte uguali, con quel broncio complicato di chi ne ha passate tante, con quel tuo personale bagaglio di paure e insicurezze, con quei tuoi occhi come fari spenti sulla strada per tornare da me. Più ti avvicini più avverto i battiti del cuore spandersi lungo tutto il corpo, a ricordarmi quell’idea di amore che solo noi due conosciamo.
Penso alla gente che corre, alle metro, agli autobus, ai treni che ho dovuto aspettare per vederti oggi, al vento che spostava sempre i miei capelli e me li buttava sulla faccia.
Penso e ripenso ai minuti che ho contato. E mentre lo faccio, ti guardo e ti scopro pensieroso.
Quanto tempo abbiamo?
È l’incognita con cui abbiamo cominciato.
Quanto tempo abbiamo? Ci siamo sempre chiesti. Prima di iniziare a lottare contro le ore perse a saperci lontani e a non poter far niente.
Quando penso al modo che hai di amarmi, lontano mille miglia dal mio costante bisogno di appartenerti, sempre, ad ogni costo, contro tutti i chilometri che ormai non ci fanno più paura, ebbene ogni volta che me ne ricordo e lo accetto, mi rendo conto di quanto sia stato terribilmente facile capire di volerci, quando con uno sguardo perso nella stessa direzione ci siamo scoperti a camminare affianco senza saperlo.
Non possiamo decidere di chi innamorarci, questa è una bella verità. Non posso decretare chi voglio entri nel mio cuore e chi lo lasci. Non sarei umana. Non lo sarebbe nessuno. Ci sono meccanismi troppo complessi dietro questo grande interruttore che è il cuore. Quando penso all’amore lo immagino come una grande ruota panoramica. Ci sali con chi vuoi, prendi il tuo posto, la giostra parte. Lentamente inizia a salire, ti porta fino al paradiso, lì puoi vedere tutto, la gente è così piccola da lassù. È una dimensione strana, ti fa sentire sulla vetta del mondo. Ti senti felice, onnipotente, non te l’aspettavi. La ruota gira ancora, a tratti è più veloce. Puoi avere un po’ di paura. Magari la tua cabina vacilla leggermente e le vertigini si fanno sentire. Ti stringi alla persona che ti è accanto. Prendi il suo braccio, lo avvicini a te, chiudi gli occhi. In un attimo dimentichi di essere sulla vetta di una montagna, dimentichi di avere paura. Così fa l’amore.
E al diavolo le occasioni sprecate, tutte le ore passate ad aspettare sotto la pioggia, al diavolo le serate a cui siamo irrimediabilmente mancati, i messaggi a cui non abbiamo mai risposto, al diavolo gli sguardi che ci hanno colpito, le voci che continuano a parlarci addosso, al diavolo le responsabilità, le conseguenze per ogni azione e al diavolo la ragione. Qui noi si vuol essere felici.
E così, forse l’abbiamo un po’ capito questo nostro amore balordo, questo eterno incespicarsi addosso, una rissa di baci come incidenti calcolati.
Guardi l’orologio.
Devi andare via.
Non ricordo quando ho iniziato a pensare al tempo in questo modo.
Con la paura addosso di non poterti rivedere.
E già immaginando che mi corri incontro di nuovo.
