Sergio Albiac sperimenta l’intreccio visivo che si può ottenere con i codici di progettazione generativa e i media tradizionali. In particolare scrive programmi per il computer che assimilano e trasformano la realtà per poter esprimere idee circa l’identità, la bellezza, il caso e le emozioni umane. Il suo lavoro ruota intorno agli universi che creiamo nelle nostre menti e le tensioni che sorgono di fronte alla realtà che ci circonda. L’illusione del controllo in un mondo governato da casualità e la continua negoziazione esistente tra ragione e istinto sono i temi ricorrenti che ispirano la sua ricerca. Il risultato finale di questo processo artistico non è sempre previsto: può essere un dipinto, una stampa, un pezzo di video arte, un ritratto digitale o un’installazione interattiva.

Albiac non si sente legato a un singolo mezzo comunicativo o stile ma usa tutti i media a sua disposizione (tradizionali e non) per esprimere la propria visione artistica. Guidato da incertezza, intuizione e passione, il suo obiettivo è stimolare l’osservatore nel visualizzare risposte alternative alle vecchie domande o meglio, nuovo dubbi.

Con il suo ultimo progetto, Albiac pone una domanda: “Nel tempo in cui i selfie attraverso gli smartphone possono diventare imitazioni di opere d’arte, come può il computer essere usato per raccontare storie che riflettano davvero l’identità di un ritratto?”
La risposta è stata l’ideazione di un codice capace di campionare voce e volto, processare il tutto ed usare la tipografia come elemento compositivo. Da qui il progetto beyApp, un esperimento visivo al quale si può chiedere di partecipare per ottenere il proprio ritratto.


