A cura di Erika Letizia Anna Ciancio
Mal, quando la musica era un mestiere, non improvvisato
L’evoluzione del mondo moderno, gli interessi sociali ed economici, hanno gradualmente cancellato il professionismo in ogni campo. E’ l’ammaliante filosofia del “tutto e subito”, trasmessa e osannata dai media. Un imperativo categorico che sta formando le nuove generazioni ma che sta anche costringendo tutti ad adeguarsi tra il vecchio ed il nuovo mondo. E’ così sta avvenendo pure nella musica italiana: c’è chi ha fatto la storia della musica, e chi tenta violentemente di imporsi, oggi, in questa storia. L’industria musicale non perdona, ed ecco che ad ogni stella emergente nel firmamento musicale è già all’orizzonte un nuovo cantante, acclamato da un nutrito manipolo di fans, che ha già collocato nel dimenticatoio l’antagonista precedente. Così, in una calda sera d’estate, incontro Lui. La gente si gira a guardarlo e mi chiede se so chi è. “Credo di sì – rispondo- ma non ne sono certa”. “E’ Mal!” mi risponde il fotografo ufficiale della serata mentre si avvicina per presentarmelo. Io non appartengo alla generazione di Mal eppure quell’occhio azzurro e fiero l’avevo già osservato in televisione per tanti anni, e quell’accento britannico, quando mi stringe la mano e mi saluta è inconfondibile. Gli chiedo due minuti del suo tempo, ci sediamo ad un tavolo e iniziamo un’intervista improvvisata.
-Il suo vero nome non è Mal. Da dove nasce questo pseudonimo?
Il mio vero nome è Paul. Mal è un nome d’arte. Negli anni ’60 era di moda avere un nome d’arte. Non so per quale ragione l’ho scelto, ma sicuramente mi ha portato fortuna.
-Lei ha partecipato a 4 festival di Sanremo, l’ultimo nell’82, come mai questa scelta di non ripresentarsi?
Esatto ho partecipato a Sanremo nel ’69, nel ’70, nel ’71 e nell’ ’82. Il Festival di Sanremo è cambiato molto nel corso degli anni. Negli anni ’60, la musica italiana aveva un valore e aveva più spazio anche nel panorama internazionale. Artisti come Ray Charles e Steve Wonder si esibivano con gli artisti italiani, cantando in inglese ma spesso anche in italiano. E’ ridicolo ascoltare oggi a Sanremo un cantante rap, un genere che non appartiene alla storia della musica italiana.
-Cos’erano i musicarelli?
Erano come film, storie inventate intorno ad una canzone di successo. Erano molto ingenui, sinceri, onesti e semplici. “Pensiero d’amore” è stata al primo posto in classifica per 8 settimane. E, in quelle settimane, provarono ad immaginare una storia attraverso il testo.
-Il mondo musicale non è più lo stesso che gli ha dato successo. Quale consiglio possiamo dare agli aspiranti cantanti odierni?
Il mondo della musica è diventato difficile. L’unica cosa che funziona sono i talent show, che purtroppo sono spietati perchè i protagonisti dei talent non sono i cantanti, ma i giudici. Ben pochi riescono a sfondare. Quando ho cominciato io a fare musica, ho fatto molta gavetta, ho imparato il mestiere. Oggi, prima di imparare il mestiere, vieni buttato nella mischia.
-Al di là delle evidenti differenze, quanto è diversa per un cantante la comunicazione televisiva da quella radiofonica, e a quale delle due deve di più il suo successo?
In televisione appare la tua immagine. Una volta uno, che aveva successo, doveva avere carisma. Ed il carisma non lo apprendi o ce l’hai o non ce l’hai. Posso raccontare un aneddoto?
-Certo
Maurizio Costanzo ha cominciato dalla radio, e quando il pubblico gli chiedeva a chi assomigliasse lui rispondeva “: Hai presente Mal? Mi somiglia molto”. La televisione non ti fa sconti, a differenza della radio che lascia spazio all’immaginazione.
-Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho parecchie cose in ballo. Ho seminato bene nella mia vita. L’anno prossimo sono 40 anni di Furia ed assieme agli autori stiamo pensando ad una storia o del figlio o del nipote di Furia, 40 anni dopo.


