A dispetto di quanto pensiamo, la misura migliore di una buona economia non è tanto il tasso di crescita o l’andamento di Borsa, bensì la qualità della vita che l’economia garantisce alla popolazione. Al netto di requisitorie contro gli attuali sistemi economici, se riusciamo a comprendere il miglioramento del tenore di vita della popolazione come “elemento fondamentale” abbiamo compreso bene come debba -almeno in astratto- funzionare l’economia.
Sotto questo profilo (come ci ricorda tra l’altro anche Robert Reich, docente a Berkeley nella sua requisitoria “Come salvare il capitalismo”) la Cina è quella che riesce a cavarsela meglio. Altre nazioni in via di sviluppo, vedasi l’India e la Malesia, registrano miglioramenti nel tenore di vita. La Corea del Sud figura come successo da questo punto di vista e l’Europa è un misto, dato da paesi nordici e avanzati, che contrastano e stridono con quelli del Sud, meno abbienti e meno soddisfatti (e soddisfacenti) dal punto di vista economico.
Ma la nota stonata del processo economico sembra essere, rullo di tamburi, quella rappresentata dall’economia statunitense: gli americani non sentono di vivere meglio di trent’anni fa e moltissimi temono che i propri figli avranno più difficoltà economiche di quante non sono state affrontate da loro o dai loro padri.
Dati alla mano, il reddito della famiglia media è del 6% inferiore a quello del 2000.
A detta degli ultimi studi, il sistema americano sta crollando lentamente a causa delle previsioni (legislative e non) attuate negli ultimi trent’anni; avendo dato esclusivamente spazio alle grandi aziende e alle strutture con enormi capitali, sono state tagliate fuori le piccole aziende.
Se abbiamo più disoccupazione e meno innovazione, in linea di massima, è perché lo Stato si concentra troppo sui sistemi assistenziali anziché favorire il dinamismo economico e dunque, impedire la formazione di monopoli e oligopoli in grado di dominare i mercati senza alcun freno inibitore.
Quando lo Stato si trova a regolare le invenzioni ed i copyright (e dunque le leggi che li regolano) in modo da incoraggiare la creazione di nuove imprese, lì si ha uno sviluppo dinamico.
Ma la domanda vera è, a questo punto, perché tutto ciò non è stato realizzato? E chi ha influenza su queste decisioni? Un “potere forte” sul mercato tenderà a garantire il proprio spazio, se non innovando, impedendo che altre innovazioni trovino spazio dove crescere e proliferare. Ancora una volta, l’unico modo per cambiare la politica economica passa attraverso l’impegno e lo studio dei cittadini.


