di Elena Sparacino

Se state immaginando stravaganza e seni coniformi, non vergognatevi di essere scivolati nel cuore dell’immaginario pop: proprio la signora Ciccone, alias Madonna, è una delle principali ammiratrici e collezioniste delle opere di Tamara de Lempicka, protagonista della personale in esposizione fino al 30 agosto a Palazzo Chiablese di Torino.

André Kertesz, "Daisy Bar, Montmartre" (1930)

André Kertesz, “Daisy Bar, Montmartre” (1930)

Visitare la mostra della de Lempicka è come un invito al Gatsby Palace, stravagante come un tour al Vittoriale, intimo come scivolare di notte lungo le rue della Paris de nuit a ritmo di charleston e sigarette: un piacere eccitante, trasgressivo come un bicchiere di gin nell’era del proibizionismo. La vita dell’artista polacca, così travagliata e ambivalente, è caratterizzata da ambiguità: certa non è la data di nascita, sulla quale ella incalzante decideva di mentire, ma tracciabile attorno al 1898. Visse molteplici vite: una gatta che calcò da protagonista le scene storiche di Polonia, Russia, Francia, Italia, Stati Uniti. Nel turbinio delle due guerre, si dice che avesse avuto, nei suoi salotti, frequentazioni filonaziste (nonostante un marito ebreo) e parimenti spie del KGB. Una vita eclettica nell’occhio della modernità, quel miraggio costante che sta al centro della sua produzione artistica oltre che del suo stile di vita: al passo col suo tempo quando non all’avanguardia, Tamara non mancò mai di intessere relazioni con gli artisti più influenti dell’epoca (fu esposta con Chagall, Mirò, Ernst, Marinetti e molti altri) ma neppure scordò di guardare con ammirazione ai Maestri del passato come Michelangelo, Botticelli, Pontormo e Vermeer.

Approcciatasi fin da giovanissima al disegno attraverso piccoli diari privati dipinti ad acquerello, fu incentivata dalla sorella Adrienne, architetto, a dedicarsi all’arte di professione. Com’è tipico della sua epoca, mosse i primi passi nella Parigi misteriosa e bohemienne dei primi anni Venti, avvolgendosi in uno stile di vita al pari della sua arte: bisessuale dichiarata, la segnò la storia con la vicina di casa Ira Perrot (Portrait d’Ira, 1930) durante i significativi anni nell’appartamento-studio di Place Wagram. Eppure Tamara (nata Gurnick-Gorzka), figlia di una polacca benestante e di un russo cosmopolita, non era una ragazza dai flebili affetti: aveva conosciuto in Russia Tadeusz Łempicka a soli tredici anni, a una festa in maschera cui partecipò vestita da contadina con un’oca al guinzaglio. Sei anni più tardi, in concomitanza con la morte della nonna Clementine (presenza fondamentale nella sua formazione), scelse di sposarlo per consentirgli la libertà durante la rivoluzione russa, disposta addirittura a vendere alcuni gioielli a lei cari a garanzia sua. Quello della giovane Tamara per Tadeusz fu un amore onesto e sincero, da cui nacque la cara figlia Kizette, e che anche dopo il divorzio le causò gravi crisi di cuore. Lui, esasperato dalle continue sregolatezze di lei (i numerosi amanti, uomini e donne, le nottate nei bordelli e nei pub, le sere ad ascoltare Wagner a pieno volume), finì col gettarsi tra le braccia di quella che poi sarebbe divenuta la sua seconda moglie. Non persero mai i rapporti, lei pure si risposò e divenne nel mentre un’artista internazionale di spicco, una diva quasi; ma mai scordò il legame che l’aveva unita a Tadeusz, tanto da passare molti anni di depressione dopo la separazione.

Tamara non era cattiva. Semplicemente, in tutto ciò che toccava metteva i suoi due connotati più spiccati: orgoglio e passione. Ma soprattutto, era una donna in un mondo di uomini: la prima fase della sua opera fu caratterizzata dal bisogno di affermazione, tant’è che è raro trovare una firma univoca a caratterizzare i suoi dipinti. Il 1 novembre 1922, partecipò al suo primo Salon d’Automne, comparendo nel catalogo con un nome maschile: Lempitzki. Prese parte a molte esposizioni, sempre in un mare magnum di artisti; alla sua prima personale, il 28 novembre 1925 a Milano (Galleria Bottega di Poesia, del conte Emanuele Castelbarco), fu stroncata senza riguardo dai critici italiani, da Turriano a Carrà. Da allora, trovò conforto tra le braccia delle FAM, un’associazione indipendente d’arte femminista, esponendo spesso durante i loro Saloni. È probabilmente in questo contesto che Tamara fu finalmente libera di esprimere quella che è – benché preponderante – solo una delle sue variazioni sul tema: la moda. Del divismo hollywoodiano fece uno stile di vita, di rossetto rosso e unghie laccate un marchio (anche per le protagoniste dei suoi dipinti), e dal 1927 strinse una collaborazione con molte riviste di moda (tra cui spicca Die Dame) che vollero spesso utilizzare i suoi dipinti come

Ragazza in verde (1932 circa)

Ragazza in verde (1932 circa)

icona glamour e moderna nelle loro copertine. Come per Depero e la pubblicità, tra la de Lempicka e lo sfavillante mondo del fashion si instaurò un vezzoso rapporto di rispetto reciproco in cui incanalare arte inedita come espressione di una poetica di nicchia. Come Cocò Chanel, Tamara nutriva una profonda e sincera passione per i cappelli, che collezionava; e pure nei suoi dipinti – primo tra tutti la Ragazza in verde, 1932, “manifesto” della mostra – non trascurava il riferimento all’abito: ad esempio, quel modello esclusivo di Madeleine Viannet, fotografato da George Hoyningen-Huene per Vogue nel novembre 1931. O ancora, le amiche dal cappello cloche che pettegolano civettuole in Le confidenze (1928).

Le confidenze (1931)

Le confidenze (1928)

Al passo con l’epoca in cui vive, la poetica va da sé definendosi attraverso l’espressione dell’Art Decò: i tratti sono determinati e scavati, le linee e le cromie ricordano delle fredde lamine, e non mancano i riferimenti industriali. Eppure, come detto, non manca di studiare i classici, passando un periodo a Firenze per studiare Pontormo, reinterpretando numerose opere del passato e lasciandosi ispirare anche dagli eterei pittori fiamminghi, specie in lunga una fase di studio delle mani nell’arte figurativa. Allo stesso tempo, frequentava gli intellettuali, tra cui Gabriele D’Annunzio: decisa a fargli un ritratto, accettò il suo invito a Gardone. Furono giorni intensi, quelli al Vittoriale; lei non riuscì nel suo intento di immortalarlo, e lui rimase a bocca asciutta nel tentativo di sedurla (attrazione che evidentemente piccò la governante Aélis Mazoyer, “elica del piacere” del poeta vate, che si vendicò raccontando a biografi successivi dettagli poco lusinghieri nei confronti della de Lempicka). A tratti, le sue linee paiono poi allungarsi come quelle di Modigliani, per poi rifarsi squadrate. Grandemente dedita alla ritrattistica, si distingue per l’uso tecnico della luce: la fotografia le è compagna dietro e davanti alla camera, topos ricorrente nella sua poetica. E, proprio grazie alla fotografia, possiamo farci un’idea non solo dello stile di Tamara, ma anche del suo spiccato esibizionismo: nel 1929, uno scatto a bordo del Paris la ritrae in arrivo a New York in pelliccia over size, per poi convertirsi ad abbigliamenti più sofisticati una volta divenuta la baronessa Kuffner, caratterizzata da lunghe ciglia finte, boccoli eleganti e cappelli a falda larga. Immortalata da Madame d’Ora, Joppé, Mario Camuzzi e molti altri, fu il lungo soggiorno nella villa “Crazy sunday” del regista Victor King (quella che ospitò anche Scott e Zelda Fitzgerald, ispirando allo scrittore molti romanzi) a trasformare lei stessa in una donna da copertina; quando la sorella aprì a Montmartre (Parigi) il primo Cinéac, una sorta di avanguardista forma cine-documentaristica, Tamara in persona fu protagonista di due opere (Un bel atelier moderne, e un’altra che la seguiva in un giorno con l’amica Ira).

Quanto alle opere, la propensione alla ritrattistica spazia da soggetti moderni a familiari, da nature morte a una intimistica sezione di sacre rappresentazioni, fino allo scandalo di nudi sensuali. Tra una fotografia e l’altra, le grandi tele di Tamara abbagliano con i loro colori intensi e corposi, che prediligono – al di là delle labbra vermiglie – la ricorrenza del verde. Il ritratto di madame Perrot (1931-1932) scende direttamente dalle passerelle, mentre perfino la figlia (con cui il rapporto rimarrà sempre tormentato) nonostante i tratti angelicati verrà dipinta come una bambina femme fatale, una lolita ammiccante in Kizette al balcone (1927) e nella Comunicanda (1928), dove una colomba apre le strade a una dualità simbologica: Spirito Santo o riferimento venereo? Eppure, nonostante queste ambiguità, Tamara de Lempicka fu una donna di grande Fede, che riservò a una dimensione più intimistica. È proprio La Madre Superiora (1935) la sua opera a lei più cara, che custodiva con gelosia nella sua biblioteca, fiore all’occhiello delle visite casalinghe che offriva fieramente ad amici e ospiti al termine delle numerose serate mondane; la riproduzione di una donna che aveva davvero conosciuto e che le pareva portare in sé “tutta la sofferenza del mondo”, immortalata attraverso una eterea densità cromatica. Le sacre rappresentazioni

Maternità (1922) (fonte: www.fontenews.it)

Maternità (1922)
(fonte: www.fontenews.it)

furono esposte solo molto tempo dopo la loro realizzazione, e a tratti mostrano caratteristiche molto umane, come il nido privato di Maternità (1922), con una Maria madre prima che Madonna: “ingrisme pervers”, si era azzardato a definirlo Arsène Alexandre. E, come nel più intrigante degli ossimori, la mostra scivola poi in un elegante voyeurismo, con la sezione legata ai corpi intrisi di materia. Prospettiva (Le due amiche) (1923), assieme ai più espliciti Nudo femminile (1924) e Nudo maschile (1923-24), apre una sezione dedicata in cui svettano bozzetti e l’eros de La bella Rafaëla (1927), oggetto del desiderio in La tunica rosa (1927).

L’allestimento non è sempre arioso, talvolta troppo stipato affollando stanze anguste, ma le rievocazioni jazz e charleston in sottofondo non mancano di trasportare in un’altra dimensione. E soprattutto, la narrazione è chiara. La fotografia, un fil rouge indispensabile. Tamara sembra vicinissima, sembra una donna moderna. Non è un caso che quest’icona di forza e determinazione femminile abbia ammaliato personalità come Madonna (addirittura, in molti suoi video compaiono opere dell’artista: Open Your Heart, Express Yourself, Vogue) e Barbra Streisand: di una bellezza non oggettiva ma inaspettatamente e incomprensibilmente attraente. Al di là dell’arte, entrando nel suo tempio temporaneo aspettatevi di scoprire in Tamara de Lempicka una trasformista non convenzionale, amante degli eccessi ma dall’animo tutt’altro che frivolo. Prima che le opere, andate a conoscere la donna.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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