di Francesca Papagni
Il fascino ipnotico e camaleontico del lessico di Raymond Queneau è espresso in un episodio di vita quotidiana, di sconcertante banalità, e in novantotto variazioni sul tema – comprese di Notazione incipitale – in cui la semplicità della storia verrà alterata vertiginosamente, addizionandole un cospicuo numero di figure retoriche (dall’epico al drammatico, dal drastico all’esilarante, dall’epigramma classico alla lirica dialettale, dalla parodia alle contaminazioni linguistiche, dalla satira latinorum al grottesco), giocando con sostituzioni lessicali e frantumando la sintassi dei periodi stessi. Le affascinanti sfaccettature delle varianti del linguaggio si fonderanno, sulla scena, con la sfrontata elementarità del teatro comune, per ricreare – nello spettatore – una miscelanza di impressioni, che tenderanno alla comicità, alla strampalatezza, alla stravaganza. Un esperimento senza ombra di dubbio travolgente, il quale diviene al tempo stesso una “prova del nove” sulle possibilità del linguaggio, che può essere usato per fini didattico-teatrali. «Esercizi di stile» è un esilarante testo di retorica applicata, un’architettura combinatoria, un avvincente gioco enigmistico, un vero e proprio manifesto surrealista, un tracciato di frammenti autobiografici, un testo politico, nonché un’autoparodia, e un’attenta trascrizione di una serie di sogni realmente effettuati dall’autore, Raymond Queneau. Pubblicato dalla casa editrice Gallimard nel 1947 e dalla Einaudi nel 1983 con la decisiva, ricercata e geniale traduzione di Umberto Eco, è un libro unico nel suo genere. Queneau, infatti, partendo dalla solita notazione iniziale, è come se, giocosamente e senza mai apparire accademico, la ponesse su un’ipotetica tavola operatoria e si accingesse a compiere su quel corpo fremente che è il linguaggio, le acrobazie e gli esperimenti più sfrenati, trasformandosi in un vero e proprio chirurgo della linguistica pragmatica; non è interessato ad un vuoto gioco formale di parole, ma attraverso le sue scomposizioni e i suoi parossismi intende giungere al nucleo delle cose; diviene inoltre una sorta di avventuriero, un esploratore lessicale in cerca di paradossi, di un linguaggio musicale, quasi dionisiaco, ed in fondo di una realtà linguistica e sociale da scoprire.
Di Queneau (Le Havre, 1903 – Parigi, 1976) viene ricordata soprattutto la sua versatilità: attratto da numerose discipline, quali filosofia, matematica, linguistica, psicoanalisi, riservò loro sempre un posto d’onore nei suoi scritti letterari; non meno importante è la caratterizzazione surrealista delle sue opere: surrealismo va qui inteso come automatismo psichico, processo mentale in cui l’inconscio emerge nella co-scienza, e ci permette di associare libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori e scopi preordinati.





