Di Cristiano Ottaviani 

Sono assolutamente convinto dell’innocenza di Salvatore Girone e Massimiliano La Torre ai cui esprimo la mia piena solidarietà. L’accusa di terrorismo impropriamente mossa dagli inquirenti indiani è ridicola e offensiva. I recenti tragici fatti di Lampedusa sono il chiaro segno che la nostra Marina Militare non si diverte a sparare sulla gente, ma piuttosto è disposta, ahinoi, a farsi umiliare dai traghettatori di morte pur di salvare vite umane.
E’ difficile comprendere cosa sia  accaduto il 15 marzo del 2012. Sicuramente i nostri militari hanno sparato e per quei colpi dei pescatori sono morti.
La piccola imbarcazione delle vittime indiane navigava in una zona segnalata come pericolosa a causa degli attacchi pirata e ha contravvenuto  alle leggi dei mari, ignorando  i segnali luminosi e i colpi di avvertimento lanciati dal nostro mercantile, andando così incautamente contro la tragedia.
Se di colpe si deve parlare è impossibile ignorare le lampanti responsabilità   dei poveri pescatori indiani che, spiace ribadirlo, non hanno rispettato le norme di sicurezza e le procedure previste per simili circostanze.
I nostri marò avrebbero potuto fare diversamente? Non lo sappiamo e trovo giusto che ad accertarlo sia, come deve essere per incidenti di questo tipo, l’autorità giudiziaria competente.  Occorrono però due precisazioni: la nostra marina militare ha agito su acque in cui la sovranità dell’India è tutt’altro che certa ed lo ha fatto in qualità di rappresentante dello Stato italiano nell’ambito di un’operazione interforze su indicazione Onu.
Si tratta di elementi che comporterebbero come autorità giudicante l’arbitrato internazionale del Tribunale d’Amburgo anziché, altra pericolosa anomalia,  una specifica corte costruita ad hoc dagli indiani su indicazione del loro governo.

E’ possibile che in questa pasticciata storia siano stati fatti errori da parte del nostro Paese, tra i più rilevanti forse quello di maldestre omissioni e simulazioni, poi smentite dai fatti, ma è certo che l’India ha mentito e ha ottenuto la consegna dei nostri marò chiedendo al comandante della nostra nave mercantile di entrare in porto per identificare “i pirati” coinvolti nell’incidente. Un atto di fellonia internazionale, non sufficientemente evidenziato dai media, su cui è superfluo ogni commento.
Gli indiani inoltre, per nazionalismo e nella logica di un gioco a rialzo tra le loro differenti fazioni, hanno alzato sempre i toni  con la loro corte suprema che ha annullato l’ accordo extragiudiziale raggiunto tra il nostro governo e i famigliari delle vittime e attraverso alcuni organi  inquirenti, che hanno dichiarato possibile  per i nostri militari la pena di morte.

Di questa vicenda però, la cosa che fa più orrore è, per quanto mi riguarda, l’atteggiamento retorico e inconcludente  delle nostre istituzioni.
Se  pensiamo a Monti e Napolitano, che prima accolgono i nostri marò durante un permesso dalla loro detenzione,  poi al ministro  degli esteri, che ritira l’impegno al rimpatrio preso con il governo di Nuova Delhi  ed infine al vergognoso ripensamento con Girone e Latorre, rispediti in India, assistiamo più che ad una resa, al triste ammaina bandiera della nostra dignità nazionale.
Da allora solo chiacchiere, un fumoso e, tanto per cambiare, inutile pronunciamento del parlamento europeo. L’imbarazzante presidente dell’Onu Ban Ki-moon che, smentendo le regole internazionali di cui dovrebbe essere arbitro imparziale, relega la vicenda ad una  divergenza tra due stati sovrani e  la reticente segretaria degli esteri  europea Ashton che  forse pensando incautamente definisce i nostri militari vigilanti armati.  Sullo sfondo il sospetto che gli scambi commerciali con una delle economie più emergenti del mondo abbiano un peso tutt’altro che secondario nelle meline diplomatiche.
Forse ora India e Italia finite in un inaspettato cul de sac, stanno tentando di smorzare il caso,  evitando le reazioni fanatiche di certo nazionalismo indiano. Tutto questo non sarebbe successo se da subito l’Italia, constata la chiusura ad ogni trattativa da parte dell’India, avesse nelle sede preposte e nella maniera dovuta sollevato il problema chiedendo arbitrato internazionale.
I nostri più smaliziati osservatori sottolineano i rischi commerciali a cui si sarebbe esposto il nostro Paese nel caso in cui avesse sollevato eccessivamente i toni; pazienza,  per quanto mi riguarda,in questi casi se guerra, sia pure economica , deve essere, guerra sia.
E’ regola della politica internazionale che gli stati che non sanno far rispettare il proprio peso non avere futuro neanche economico.
Del resto dubito fortemente che l’India si sarebbe mostrata così risoluta come si è stata con i nostri marò, se questo incidente avesse riguardato nazioni con  ben altro orgoglio  patrio e non mi riferisco alle superpotenze, ma anche a paesi con un peso minore rispetto al nostro.

La reazione popolare seguita nel nostro Paese, che si nutre nei suoi tratti strumentali dell’impotenza della nostra politica, ha creato un’artificiale divisione tra destra e sinistra che non dovrebbe esistere.
Sulla difesa della nostra sovranità non si possono avere dubbi. Ce ne sono purtroppo grazie anche alla “ anomala” cultura politica  che ci contraddistingue  e alla nostra classe dirigente, talmente furba, da essere spesso imbecille.
Per quanto mi riguarda ,lo confesso,  sono  “nostalgico”. Non rimpiango il banale nazionalismo, tanto astratto quanto pericoloso, ma la speranza, che ha mosso le migliori generazioni del nostra storia ,  per la quale  l’amore sobrio e fermo della propria terra sia condiviso tra  concittadini e tra chi li rappresenta.
Ammettiamolo, non abbiamo uno stato nazionale, ma un cartello di dubbia vitalità, che tiene insieme corporazioni, “mafie” e burocrazie.
Questa è l’Italia, ci piaccia o no. A noi  forse la possibilità di cambiarla , ma certamente il dovere,anche e soprattutto quando è così debole,  di onorarla e amarla sempre.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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