di Stefania Paolino
FOGGIA – L’Università degli Studi di Foggia inizierà il nuovo anno con una nuova offerta formativa che prevede la chiusura del corso di laurea magistrale in Archeologia. Decisione spontanea, ma non troppo, come leggiamo dal comunicato stampa dell’università foggiana che cita le parole del Rettore prof. Maurizio Ricci: “è stato chiuso perché non rispetta i requisiti minimi imposti dal Ministero […] se non lo avessimo fatto noi lo avrebbe fatto il MIUR con una perdita di risorse finanziarie per l’Ateneo. Infatti, le scelte dell’Università, in relativa autonomia, sono valutate da commissioni esterne che attribuiscono, dopo un attento scrutinio documentale e una visita in loco, un punteggio oscillante tra il pieno accreditamento (con un incremento del Fondo di finanziamento ordinario, fondamentale per le entrate di ogni Università, specie in una fase di continue riduzioni), oppure la soppressione di alcuni corsi di studio (con una riduzione del citato FFO, oltre a un evidente danno alla nostra reputazione nazionale)”.
È un film già visto. Dalla chiusura della sede barese di Ingegneria nella stessa Foggia a quella, passata quasi inosservata, dell’Ateneo di Atene -la figura etimologica è voluta-, il più antico della città, erede-simbolo di tutta l’università occidentale. La chiusura di Archeologia è l’epilogo di una malattia congenita del modo di pensare e fare università in Italia, ma non solo. Sorvolando le classifiche da hit-parade internazionali e tutti i possibili confronti da calcolo e algoritmo complessi, che vedono il modello americano sempre ontologicamente migliore, ricordiamo che quello dell’istruzione è un diritto fondamentale: la ratio sarebbe quella dell’istruzione come mezzo per contrastare la povertà e l’emarginazione, stimolando la partecipazione attiva nella società e quindi mezzo per l’effettivo esercizio di altri diritti. Per riflettere su come questo diritto venga oggi garantito dallo Stato basti fare un breve salto all’indietro di cento anni e recuperare il “Chiudiamo le scuole” di Papini, sempreverde e sempre caustico. Quella che il futurista attacca è la mancanza di stimolazione del pensiero critico e l’immobilità delle scuole e delle università, le quali non fanno altro che impartire un sapere istituzionalizzato, funzionale all’ingresso dei futuri cittadini adulti nella macchina dello Stato, da bravi servi inconsapevoli. Dal 1914 a oggi la liberalizzazione, i dibattiti degli anni ’70 sembrano quasi un rimosso, un buco nero nel mezzo. Quel che è cambiato in un secolo, a parte l’abolizione della bacchetta, sono più che altro le iscrizioni in massa e la spendibilità assai ridotta del “certificato di carta”, soprattutto quello di laurea. Problemi che lo Stato pensa di risolvere abusando dell’uso di concetti quali meritocrazia e valutazione, che, applicati per decidere addirittura l’accesso o meno all’università e al lavoro, sono una pericolosa minaccia alla democrazia: stabilire il merito in ambiti qualitativi come l’istruzione e la ricerca scientifica, oltretutto il merito derivato da un’istruzione in partenza condizionata dalle istituzioni (coi loro metodi, i loro tempi che non tengono quasi mai conto delle attitudini, del potenziale, dei bisogni dell’alunno) è un procedimento impossibile senza incorrere in una perdita di risorse umane e in una negazione del diritto agli studi –e poi al lavoro- per molti; pensare un sistema che ci dica quale numero di studenti, quale materia di studio, quale ricerca siano più utili allo sviluppo economico è la manifestazione del fatto che lo Stato democratico più che stato sociale o di diritto è, ora più che mai, stato di mercato: il diritto viene non solo applicato, ma anche pensato sulla base delle disponibilità economiche. Ecco che il tracollo dell’ateneo ateniese –vittima di tagli senza criterio, se non quello di stare al passo europeo in termini di conti- sembra uno spettro pronto a raggiungerci. Da noi, per ora, chiude Archeologia a Foggia: non si capisce perché dobbiamo piangere. Lo dovremmo fare non perché non si ha la facoltà universitaria dietro casa, ma perché lo studente che, volente o nolente, si sposta deve pagare per ottenere un diritto fondamentale. Questo anche nei casi di borsa di studio per reddito, visto che l’università non offre sempre esonero dalle tasse, vitto e alloggio completamente gratuiti. Dovremmo piangere perché non si aprono discussioni sulla distribuzione territoriale delle università se non in termini di bilancio economico: chiudere la sede per far risparmiare il Ministero o aprire la sede per far risparmiare lo studente con la residenza in loco, nessun discorso sulla riqualificazione del territorio. Nessuna messa in discussione del metodo didattico: al confronto il discorso di Papini è, ancor oggi, un cannone contro una formica. Del resto, non si capisce perché anche uno studente con un reddito patrimoniale superiore alle soglie debba chiedere molto denaro ai genitori per andare a studiare, che so, Archeologia a Roma. Forse lo si preferirebbe in veste di turista pagante del grande patrimonio archeologico nazionale.


