di Elena Sparacino
Quando ho sentito “artista rivelazione”, mi sono passate per la testa tutte queste cose. Mi sono detta, “Ho 43 anni, e sono un’artista rivelazione?”. E stavo per optare per qualche scherzo frivolo, come faccio di solito. Ho pensato a quanto tempo sono stata in circolazione, e a quanto ironico fosse tutto questo. Ma poi ho iniziato a pensare a qualcosa che mia mamma mi diceva sempre, tornando con la mente a Long Island; lei mi avrebbe detto, “Tesoro, non ce la farai mai veramente fino a quando non ti sarai costruita una pelle più spessa e avrai smesso di curarti di ciò che pensa la gente. L’universo non te lo darà finché non sarai pronta”.
È arduo trovare, per descriverla, parole che ispirino più di quelle che la stessa Idina Menzel (star di Broadway nota per interpretazioni di successo in musical acclamati come Rent e Wicked, e vincitrice nel 2004 dell’ambitissimo Tony Award come Miglior Attrice Protagonista) ha pronunciato nel suo discorso di accettazione dell’onorificenza ricevuta in occasione del Billboard Women In Music Luncheon 2014 tenutosi a New York questo fine settimana.
Menzel, vestita in Badgley Mischka e Donna Kara, è salita sul palco visibilmente emozionata, a coronare un’annata che difficilmente potrà dimenticare: se con Frozen sono arrivati gli Oscar e la fama mediatica internazionale, dopo dieci anni di assenza dalle grandi scene Idina è anche ritornata a ‘casa’, sui palchi di Broadway, con lo spettacolo di successo If/Then, musical introspettivo ed ironico su una donna che esplora le sue possibilità, riprendendo a 40 anni in mano la sua vita. Un ruolo che, come pure quello di Elsa (la protagonista de Il Regno di ghiaccio), sembra cucito alla perfezione sulle situazioni attuali della cantante, che come ha lei stesso raccontato sembra la catarsi di una liberazione personale che trova coronamento in questo riconoscimento, da lei accolto con grande emozione.
«Presentando Idina Menzel… cosa mai potrebbe andare storto?», ha scherzato Savannah Guthrie introducendo la performer, riferendosi nemmeno poi tanto velatamente al clamoroso scivolone di John Travolta in occasione degli Academies, diventato un giocoso tormentone che ha ‘perseguitato’ tutto l’anno Idina (o meglio, Adele). Guthrie ha sorpreso Menzel regalandole l’improvvisata di un inedito mash-up di due dei suoi più grandi successi, Defying Gravity e Let it Go, proposto dalle voci del BroaderWay Choir, un progetto fondato e supportato dalla stessa Menzel per aiutare i bambini “a trovare la propria voce”.
U
n concetto che, metaforicamente, si adagia bene in maniera irrequieta e trasversale sul percorso artistico (e – di riflesso – personale) di Idina: «Sono stati un bel po’ di anni di alti e bassi, e di momenti bellissimi come Rent e Wicked, e dieci anni di oscurità e niente lavoro e frustrazione, e vieni rifiutato da abbastanza etichette e ti viene detto una quantità innumerevole di volte che una cantante di Broadway non può mai andare oltre». Cosa ci si può aspettare, del resto, in una realtà discografica complessa condizionata da una domanda varia e spesso standardizzata al tempo stesso, in cui è raro vengano contemplate osmosi e integrazione tra i diversi ambiti artistici? Si tratta dello stesso contesto in cui una cantante si ritrova ad essere scartata a ragione di essere «troppo espressiva, troppo dinamica, con troppa presenza scenica, troppo vibrato».
A un primo periodo d’oro che la lanciò in un crescendo di fama prendendo parte ad alcuni tra gli spettacoli più illustri di Broadway come Rent, Hair, Aida (nella versione musicale curata da Elton John e Tim Rice), The Vagina Monologues, Funny Girl e Wicked, seguirono anni in cui i lavori più noti rimangono una piccola collaborazione di margine già con Disney in Come d’incanto (Enchanted, 2007) e apparizioni in serie TV note come Private Practice e Glee. Il suo eclettismo artistico la fece sprofondare, come lei stessa riconosce, in un limbo in cui le veniva chiesto di definirsi, senza riuscire a etichettare le molteplici e – ritenute – dispersive capacità, divisa tra la catalogazione di se stessa e un insistente e rimbombante “Chi sei tu?” da parte di chi si trovava di fronte. E la domanda a questa fatidica domanda, all’età di 43 anni, ha avuto il coraggio di essere: “Non lo so”. «Mi ci è voluto tutto questo tempo per rendermi conto che, se riesci facilmente a descrivere e catalogare te stesso, probabilmente stai aderendo alle opinioni che hanno gli altri su chi e cosa dovresti essere».
Frozen sembra così definire una sorta di ringkomposition con Wicked, delineata sia dal denominatore comune del successo di pubblico e di critica, sia dalla straordinaria similitudine che caratterizza il personaggio di Elsa con la protagonista della rivisitazione di Oz, Elphaba. Ed il testo della colonna sonora Let it go sembra affermare questo bisogno di autoliberazione almeno tanto quanto Defying Gravity.
Non riguarda tanto un passo in avanti pubblicamente. È semplicemente un passo in avanti, un paso in avanti di natura personale, per me. È l’ironia del fatto che mi sia stata data una canzone tutta incentrata sull’accettare chi sei, e sguinzagliare il proprio potere, la tua capacità di essere diverso e straordinario senza chiedere scusa per esso. Mi è stato dato lo straordinario dono di questa canzone, “Let It Go,” in un periodo particolare della mia vita, un incrocio in cui finalmente ho imparato a “lasciar andare” (letteralmente: “let it go”, n.d.r.), quando ho preso la decisione di smettere di provare a descrivere chi sono e seguire il mio cuore, il mio interiore, la mia verità.
Su Entertainment Weekly si può leggere una dichiarazione sulla prima volta in cui ascoltò la canzone: «Mi mandarono una demo – in cui la cantava la co-compositrice Kristin Lopez – e pensai, “Oh, merda, questa sarà dura da cantare”». Ciononostante, volle cambiare la chiave, portandola più alta così da conferire alla voce una connotazione più giovane, e dunque più conforme il personaggio. Versione che ha riscosso una risposta più popolare e mediatica di quanto non solo Menzel ma anche gli stessi autori si aspettassero: «I giorni in cui Judy Garland o Barbra Streisand potevano prendere una canzone da Funny Girl e farne una hit che sentivi passare per radio… non sono quelli i nostri tempi. Ma è quello che ho sempre cercato di fare, e questa è stata la cosa che più vi si è avvicinata. La versione di Demi Lovato, che amo, è stata prodotta specificamente per la radio, e nonostante ciò suonano ancora la mia versione, benché non abbia hip hop o batteria o niente di quel tipo». La sua più grande sorpresa, in merito a ciò, è l’apertura con cui il pubblico ha accolto la canzone e il suo personaggio; se infatti in tempi meno maturi, con Wicked ma ancora di più con Rent (complici anche le tematiche) i ragazzi erano stati particolarmente accattivati dalle melodie e dalle caratterizzazioni delle sue interpretazioni, ora – pur non essendo più una “venti-e-qualcosa” – la risonanza delle sue performance ha dimostrato avere ancora grande impatto su un’audience comunque molto giovane. Una bellissima connessione, secondo Menzel: «Sapevo che Elsa stava per sorprendere le persone. Ma non sapevo che sarebbe risuonato così profondamente da spingere così tanti giovani ad appropriarsi della canzone. È un bel matrimonio dei social media con un momento zeitgeist».
È così che, nel mezzo di un secondo apice professionale, la maturazione dell’artista passa soprattutto per un fondamentale stadio di accettazione: «Nella mia carriera, ho imparato a riconoscere quando è importante abbracciare quando qualcosa di magico sta accadendo, ma sono diventata brava a sapere di non spazzarlo via dalla mania di perfezionismo di esso. Per me, le imperfezioni rendono le cose migliori», assicura citando come l’‘incidente’ con John Travolta l’abbia spinta per “8 secondi” sola sul palco a riconcentrarsi su ciò che era importante, svuotando la mente e rendendo una performance dedicata a suo figlio.
Come ciliegina sulla torta, l’album natalizio di Idina “Holiday Wishes” (rilasciato il 14 ottobre da Warner Bros. Records) si è piazzato subito in cima della Billboard Top 200 Chart, e precisamente nella top 10. Il primo estratto, un duetto della sempreverde “Baby It’s Cold Outside,” con il re del crooning moderno Michael Bublé, è subito divenuto un singolo di successo, performance live richiestissima per le feste (un esempio tra tutti, ospiti d’eccezione a X Factor UK), e con l’attributo aggiuntivo di un video musicale che ha ricevuto oltre 8 milioni di visualizzazioni su YouTube.


