di Elena Sparacino
“Musica provata” non è una dicitura propriamente intuitiva: ci si domanda, di primo acchito, cosa voglia significare, se un’idea di stanchezza, qualcosa di consumato, oppure qualcosa di testato con passione, di sperimentato. Sono tanti i significati racchiusi nell’espressione che Erri De Luca ha voluto per intitolare la sua trilogia legata alla “pesantissima leggerezza dei suoni e delle canzoni”.
Un nome, senza dubbio, alquanto intrigante. Così come l’omonimo progetto, un libro (edito Feltrinelli, euro 9,90) all’interno del quale si trova anche un DVD e che riassume una collaborazione nata praticamente per caso: tutto sbocciò quando Stefano Di Battista chiese ad Erri De Luca di realizzare per lui il testo di una canzone e lui, «non trovando niente di pronto fra le sue “cartacce”», gliel’ha scritta. Il titolo è “Essere di Medit” («perché Mediterraneo era troppo lungo», spiegano) e riporta impressioni sulle genti che abitano affacciate a quel mare. Parole profonde e radicate, che si perdono delicatamente in un libeccio di note, portate alla vita da una voce meravigliosa come quella di Nicky Nicolai.
Particolare è anche la struttura di quello che da narrazione diventa concerto, introdotto (nelle sue esibizioni dal vivo) con la proiezione di un filmato che mostra lo sviluppo del progetto, per proseguire con i racconti di Erri accompagnati dal sottofondo musicale: narra con consapevole ironia il problema di «nascere stonato in una città musicale». Una città, come dice lui, che è «naturalmente acustica, perché sotto è cava, è vuota, è scavata. Napoli è un tamburo che risuona». E in questa città dove la musica è sopra e sotto ed in ogni luogo, il poeta si ritrova stonato: «Non avevo orecchio per la musica. […] A Napoli era un grande difetto fisico. Me lo hanno corretto inculcandomi musica fino a farmi intonato. Ma ero anche, di preferenza, zitto. Allora le canzoni mi hanno aperto le vie ingolfate delle corde vocali. Ho imparato a parlare come i balbuzienti: cantando. Perciò la musica mi ha medicato». E, se nel film viene lasciato spazio ai racconti di musica, nella sua espressione spettacolarizzata viene prediletta la musica dei racconti.
Quando ci si approccia alla musica, è dura smettere; è così che – una cosa tira l’altra – attraverso una “strana villeggiatura” nello scantinato di Di Battista, scaldato di jazz made in NYC, e l’assoldamento della fisarmonica di un altro professionista come Lucio Bardi, ne sono scaturite nuove combinazioni di parole e melodie. Da questi momenti di intimità e convivialità musicale se ne ricavano alcune delle più belle riprese, alla ricerca degli angoli più nascosti di melodie semplici, esplorando vibrazioni leggeri in grado di portare carichi di parole a tratti pesanti, semplici e sconvolgenti al tempo stesso. Per alleggerire quello che suole essere il peso della vita; si tratta di «musica provata», in ogni senso.
I testi sono spesso composti dal «redattore di un io-narrante che gliele suggerisce; parole che devono avere una loro musicalità, con l’aiuto di rime, accenti e punteggiatura». Le canzoni trovano, per l’appunto, ispirazioni da testi già noti come Addio Lugano bella ed Era de maggio, perse tra i sussurri della malinconia dell’uomo, ammorbidite dall’abbandono dell’anima. Talora, invece, si sono presi in prestito i testi di bellissime poesie, come quelle del poeta bosniaco Izet Sarajlić (in arte, Kiko). È una continua danza di parole. Erri De Luca mastica più volte quel “vieni”, sussurrato, “passeggiamo”, in segreto, “almeno in questa poesia…”.
Abbracciati
Quei due abbracciati sulla riva del Reno / potevamo essere anche tu ed io. / Ma noi non passeggeremo mai più / su nessuna riva abbracciati. / Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.
Nessuna tu
Tante donne / e nessuna tu. / A Sarajevo / duecentomila donne / e nessuna tu. / In Europa / duecento milioni di donne / e nessuna tu. / Nel mondo / due miliardi di donne / e nessuna tu.
Risuona invece come un tamburo quel ferale “e nessuna tu”, scandito dalla sua stessa categoricità. Si tratta di una scrittura musicata che, vocalmente, è caratterizzata “da una semplicità che lascia spazio più alle emozioni che alla tecnica”. A dettare la partitura è la musicalità stessa delle parole, la loro metrica, le evocazioni.
Vale la pena chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare, giacché – dice Erri – «le canzoni, come gli odori e più della vista affilano i ricordi», una torta Madeleine che ci fa rientrare in contatto col nostro “io” sopito. «Mi arrivano prima le parole. Poi la melodia. Una e una sola. Mai il contrario», spiega lo scrittore. Così è nata ad esempio A Barcellona, la stessa Essere di Medit, magnifica espressione dell’affanno delle genti che vivono alle sponde di un mare «dove la divinità è divisa in tre religioni, numero plurale e litigioso». E in alcuni momenti, come ad ascoltare Nicky supplicare con dolcezza Io ti vorrei mancare, ci si può sentire liberi di volersi perdere nella propria malinconia, confortati dal calore di un sentimento remoto.


