Si intitola “Chimera” ed è il nuovo disco di Alessandro Zannier, che in arte conosciamo come Ottodix.
Un nuovo grande passaggio artistico, una firma ed una fotografia che vuole immortalare non solo il momento ma anche una condizione storica e sociale verso cui non resta indifferente e inerme ma cerca di scandalizzare, cerca di solleticare, cerca di stimolare.
L’analisi prima della denuncia e poi il filo sottile della polemica che possa scuotere le coscienze di tutti.
“Chimera” è anche l’addio ad un certo tipo di fenomeno mitologico, i mostri e le figure allegoriche di un ‘900 a cui Zannier attinge a piene mani nella sua filologia melodica.
“Chimera” è anche strutture visionarie, installazioni, mostre itineranti e un cortometraggio.
Un film visionario, post-atomico, industriale, dove di certo la risurrezione non è la prima grande figura protagonista.
Di questo cortometraggio che uscirà a dicembre gira ora in rete un estratto, che poi sarebbe il videoclip del singolo dal titolo “Post”.
Perchè questo bisogno di dare più forma contemporaneamente alla tua espressione?
Perché ho sviluppato parallelamente e consapevolmente negli ultimi vent’anni queste mie due attitudini. O meglio, mi sono formato come artista visivo, poi sono stato rapito dalla musica, che ho fatto diventare la mia principale occupazione per un periodo, e poi, finalmente, ho fatto rientrare l’arte in modo sempre più preponderante, prima attraverso la cura degli artwork degli album, poi via via sviluppando concept sugli album stessi, che potessero estendersi anche in arti visive e scrittura. E’ una strategia che mi sono imposto da molti anni e che ho tessuto con pazienza. L’ambiente musicale mi ha iniziato a guardare con curiosità e un certo rispetto per la mia attitudine visionaria (appunto) abbastanza anomala nel panorama italiano e ora sta succedendo l’inverso anche nei circuiti dell’arte, che guardano con interesse al mio strano approccio con l’arte visiva, legata a doppio filo con la scrittura di musica e canzoni.
Sono due parti di me che mi completano e senza delle quali non potrei stare. La figura della Chimera, infatti, non è solo stata scelta per parlare delle vecchie e nuove utopie nell’album, ma anche perché simboleggia la creatura ibrida per eccellenza. Un po’ come mi sento io ora; creatura a tre teste, tra arte, musica e scrittura.
L’immagine visionaria nella musica e nella scultura. Quale ti dà maggiore soddisfazione?
L’immagine visionaria, sempre ragionando per opposti, mi dà più soddisfazione in musica, perché è un approccio prettamente visivo, appunto, ed è molto più interessante vederlo sviluppato in musica dove te lo aspetteresti di meno. L’album Chimera, che considero il migliore che ho mai scritto, trova infatti linfa e ispirazione da questo aspetto. E’ un disco dedicato ai visionari.
Tuttavia la serie di 10 installazioni, le 10 Chimere che rappresentano le utopie fallite del ‘900 che sto portando in giro in Italia e all’estero, sono forse i deliri più visionari che ho mai fatto anche in arte. Ci tengo a sottolineare che dietro a queste specie di allucinazioni iniziali c’è poi un lungo lavoro di studio per farle diventare parte di un discorso più lucido e complesso, finalizzato a parlare di problematiche molto concrete attraverso metafore precise e contemporanee, sociali, umane, esistenziali, politiche e perfino economiche. Dopo Treviso, Venezia, Berlino, Marsiglia e Pechino, oggi sono arrivato a “Chimera 6”, inaugurata ed esposta nella mia prima personale antologica a Verona, fino al 31 gennaio.


