di Francesca Papagni
Il clima della Russia zarista a cavallo fra Ottocento e Novecento è dei più tormentati: lo zar Nicola II, salito al trono nel 1894, inasprisce la reazione ai fermenti di rivolta, causati da secolari problemi sociali e dalle nuove tensioni generate dallo sviluppo industriale a fronte di una annosa questione agraria, mai risolta. La protesta scoppia definitivamente nel 1917 con la rivoluzione bolscevica. Anche tutta la cultura soffre, e, negli anni di regno di Nicola II il disagio generale favorisce la vena di irrazionalismo e di decadentismo che è comunque presente, in quello stesso periodo, in tutti i paesi dell’Europa Centrale. È questo il clima in cui si forma Aleksandr Skrjabin, nato a mosca nel 1872, e morto poco più che quarantenne nel 1915: pianista di notevoli qualità, acquistò fama internazionale e si esibì spesso come concertista anche al di fuori del paese natale, a Parigi e Bruxelles in particolare. Le sue opere per pianoforte (dieci sonate, una ventina di mazurke, studi e preludi) sono composizioni di notevole valore, le quali, a partire dalla Quarta Sonata (1903) si fanno sempre più compatte nella forma e sempre più ardite nell’armonia, dissonanti, per finire sulle soglie di un atonalismo completo.
La sua Prima Sinfonia fu scritta nel 1900 ed eseguita per la prima volta a Mosca nel marzo del 1901, con Vasilij Safonov (suo maestro di pianoforte) alla direzione d’orchestra: il pubblico non ne rimase particolarmente entusiasta. È un lavoro di grandi dimensioni, che si colloca all’inizio della fase di trasformazione dello stile dell’autore: articolata in Sei Movimenti, tutti in forma sonata, nell’ultimo paga un tributo a Beethoven, chiamando in causa un coro e due solisti per un “inno all’arte” il cui testo era stato composto da Skrjabin stesso, influenzato da una lettura di Nietzsche e con gusto metafisico.
Questa sinfonia non è certo il capolavoro di Skrjabin, ma è interessante proprio perché vi si percepisce il tentativo del musicista di trovare la sua strada, sul piano formale come su quello dell’orchestrazione.
«La prolissità dei sei movimenti è infatti frequentemente attraversata da improvvise rarefazioni della materia sonora su cui fluttuano frasi solistiche del violino alla ricerca di un’atmosfera languorosa che è la prefigurazione di quell’accento estatico-erotico tipico dell’estasi skrjabiana. Non è infrequente neppure l’uso, ancora timido e inesperto degli ottoni in quella prospettiva luminosa e spaziale destinata a imporsi nel Poema dell’estasi.» (Cit. Enzo Restagno)
La maturazione di Skrjabin si completa con la Terza Sinfonia, chiamata anche Poema Divino, composta nel 1903, dove è evidente la vocazione mistica tipica delle sue composizioni più famose. Seguirà, composto fra il 1905 e il 1908, il Poema dell’Estasi, sinfonico, in un unico movimento, in cui l’obiettivo di creare una musica capace di suscitare nuove prospettive spaziali, di indurre penetranti eccitazioni nervose, di accendre improvvise sensazioni coloristiche e di comprendere queste sensazioni in una visione cosmica in cui la cosmicità sia però strettamente allacciata al dato sensoriale, raggiunge una delle sue affermazioni più alte.
Negli ultimi anni della sua vita, Skrjabin amplia ulteriormente i propri orizzonti, puntando a una sorta di “opera d’arte totale“, con progetti che oggi definiremmo multimediali: nel Prometeo o Poema del fuoco, eseguito per la prima volta a Mosca nel 1911, è previsto l’intreccio fra musica e luci, grazie a un clavecin à lumière progettato dallo stesso autore, con la corrispondenza fra i colori e i dodici gradi della scala cromatica. Concepì poi, ma non riuscì a portare a termine, un’opera in cui, oltre all’udito e alla vista, doveva essere chiamato in causa l’olfatto (grazie all’uso di profumi), per coinvolgere l’ascoltatore in un’esperienza ancora più totalizzante.
Bibliografia e note: V. Sala




