“I moderni biografi si interrogano sulla rozza, irrilevante questione del loro eventuale rapporto sessuale, come se solo i due corpi che si incontrano stabiliscano il grado dell’amore. Ogni volta che ascolto gli Intermezzi di Brahms, invece, io li immagino seduti in un giardino, in una fioritura tardiva di rose, e nere cascate di foglie, lasciando che sia l’orizzonte a parlare per loro, senza permetterci di spiare le loro parole d’amore”.
Un commentatore inglese su Johannes Brahms e Clara Schumann
Ero entrata in silenzio nella sua stanza. Lui aveva gli occhi rossi per la stanchezza ma continuava a comporre, come sotto effetto di droghe. Suonava, cancellava, tornava a scrivere, piangeva. Lo sentivo sussurrare qualcosa che aveva a che fare con me. Continuava a ripetere il mio nome: “Clara”. Quella musica era una caduta tardiva di boccioli di rose mai illuminati dal sole, come il nostro amore. Mi incantava la dolcezza con cui si figurava questa catastrofe, e c’era una buona dose di dolore in questa meschina consapevolezza. “Clara”, invocava. E le note si poggiavano amabili sui suoi fogli. Potevo vederle anch’io, scendere unite in un unico grande nastro luminoso. Mi preoccupava il suo dolore, è vero, ma lui riusciva a farne qualcosa di magico, come se in realtà fosse un concentrato dei nostri anni insieme. Quando Robert iniziò a dare i primi segni di squilibrio, io e Johannes iniziammo a credere che avesse intuito tutto e che stesse così manifestando quell’inesausto bisogno di urlare l’odio, che mai fu.
Ora guardo quest’uomo, lo ascolto amarmi e dirmi addio nello stesso istante, è così terribile e meraviglioso nello stesso tempo, amare e dover rinunciare, amare e lasciar andare per sempre. Johannes è stato un dono inaspettato. E la sua musica continua a suggerirmelo ogni istante. Non è per debolezza che lo amo e mai sarà così. Mai nessuno potrà dirmi che lo amai per disperazione, per la mancanza di Robert. Lui stesso riconobbe il Genio in quest’uomo.
Io oggi vi riconosco Amore.
Bruceremo le nostre lettere perché nessuno capirebbe. Quello che ci lega va ben oltre l’affetto e la stima reciproci. Ciò che sta componendo è al di là di ogni mia comprensione mentale. E’ un sentimento che tira il cuore da ogni parte, lo straccia e lo lascia lì privo di vita. Il dolore cronico non mi permette di suonare questo incanto. Lascio che a farlo sia lui. In modo che io possa morire serena e cosciente di tutto ciò che quest’uomo mi ha regalato. Il suo è un pianto che sa di scoperta, il mio lo accompagna sui tasti. Seguita a scrivere questa musica in preda al dolore. Non posso toccarlo, spegnerei la fiamma che lo anima. E’ in preda a qualcosa di immensamente pericoloso e straziante, che non lo lascia andare mai. Ma oggi scrive per me.
Ci sono le mie labbra in queste note. I miei occhi chiusi in ogni pausa. Ci sono le mie braccia stanche nell’impeto prima della fine. E il mio amore per lui disegna il tema principale. Riconosco quest’addio che sa di supplizio. Tiene in vita questa musica neonata, che piange perché venuta al mondo troppo tardi. Siamo genitori di un amore apparso sullo sfondo della vita di Robert. Incosciente come un bambino che rischia la vita per raccogliere una margherita sull’abisso che si apre sotto i suoi bellissimi occhi.
Potrei morire adesso, con la mia anima in pace col mondo, in pace con te Johannes. Scivolerei via da questo mondo in silenzio accompagnata dalle tue note d’amore. E nessun’altra donna potrebbe aprire le sue labbra per dire che t’ha amato più di me. Lascia che si innamorino guardando le tue belle mani che carezzano il pianoforte e raccontano la nostra storia. Poi guardami e sussurrami che da soli siamo niente, polvere sui tuoi spartiti ingialliti, polvere sul nostro cuore traboccante di Musica.
1893
Johannes Brahms ordina i suoi fogli, li bacia uno ad uno. Batte le palpebre stremate. Prende il suo pennino, lo intinge nell’inchiostro e scrive “Intermezzo op. 118 n 2”.
