Il nuovo profilo internazionale dell’Italia repubblicana e democratica, a seguito di una guerra mondiale devastante che pure Mussolini aveva immaginato di ridurre a qualche scaramuccia secondaria, ha preso forma nell’età degasperiana. Quello che oggi definisce la nostra identità nei rapporti con l’Europa e con il mondo rimanda senza dubbio alle intuizioni e alle scelte maturate nell’arco di un decennio, dal 1944 al 1954, allorché si dilata in tutta la sua lungimiranza la politica interna ed estera del grande statista trentino.
È un cambio di prospettiva, si potrebbe dire una rivoluzione, ciò che domina il campo dei governi di centro a guida democristiana. È un dato di fatto che merita riflessione e approfondimento: non solo perché nel passaggio dalla dittatura alla democrazia prendeva respiro una coerente strategia delle alleanze, dunque in netto contrasto con le mene di stampo nazional-imperialistico del Regime fascista; ma anche perché nel confronto più ampio con l’ondivaga iniziativa della classe dirigente liberale post-unitaria – non sempre all’altezza della straordinaria impresa cavouriana – emergeva finalmente un disegno lucido e convincente proprio in funzione del ruolo che l’Italia avrebbe potuto e dovuto assolvere, di fronte ai dilemmi della Guerra Fredda, nel grande concerto delle nazioni democratiche.
De Gasperi, in rapida sequenza, prese su di sé la non facile responsabilità del Trattato di pace, per il quale comunque si adoperò successivamente affinché fosse rivisto in senso meno penalizzante per gli interessi del paese; tenne ferma, senza cedere al revanscismo della destra ultra-nazionalista, la disputa sui confini orientali e lo status di Trieste; impostò con realismo ed equilibrio la questione altoatesina, dando una dimostrazione di saggezza sul rispetto delle autonomie etnico-territoriali; condusse in porto l’adesione alla Nato e l’ingresso, per nulla scontato, nell’Assemblea delle Nazioni Unite; fornì ampia copertura alla “opzione anticolonialista” dell’Eni di Enrico Mattei, con ciò riconoscendo la centralità del dialogo anzitutto tra i Paesi del Mediterraneo; recuperò un ruolo di garanzia e promozione della presenza italiana in Libia ed Eritrea, ottenendo dall’Onu l’Amministrazione Fiduciaria della Somalia; gettò infine le fondamenta culturali e istituzionali assieme agli altri due democristiani, il francese Schuman e il tedesco Adenauer, di un’Europa destinata a raccogliersi nella cornice di una nuova comunità di pace e di cooperazione.
Sotto ogni punto di vista, bisogna prendere atto a distanza di oltre mezzo secolo che la sua azione fu concepita nel preciso intento d’inserire, come egli stesso ebbe a dire, il popolo italiano “nello sforzo di ricostruzione del mondo”. Del resto interessa evidenziare, alla luce di tante odierne manifestazioni di aggiramento e svalutazione delle procedure democratiche, il fatto che De Gasperi non avesse l’obiettivo di difendersi “dal Parlamento”, quanto piuttosto ricercasse per le sue battaglie il dato di piena legittimazione “in Parlamento” (basti citare, a riguardo, il dibattito sull’avvio delle trattative per l’adesione al Patto Atlantico). Aveva pertanto il senso dello Stato e onorava, con la forza dell’esempio, i principi e le regole della democrazia.
Oggi dovremmo ritrovare in questo stile le ragioni di un sano e fecondo protagonismo del nostro Paese nel quadro dei processi di consolidamento dell’Unione europea e delle sfide legate alla globalizzazione. E anche ai fini di un ulteriore e più intenso sviluppo delle relazioni transatlantiche, può fare da leva la solida tradizione che fortunatamente abbiamo alle nostre spalle. Guardare avanti significa, spesso e volentieri, ringiovanire le esperienze ancora valide. Bisogna attingere perciò alla fonte della lezione di De Gasperi, sempre facendo attenzione a non dimenticare che il valore di una politica corrisponde di norma alla vitalità con la quale si è fedeli agli ideali assunti a base di un impegno pubblico.
*Presidente della Fondazione Italia Usa



